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di Claudi Foti

febbraio 2010
   
   
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Quello che ancora non sai di te!
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febbraio 2010
   
   
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Tecnologie degli dèi
di Roberto Volterri
aprile 2010
   
   














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UN SOTTOBOSCO MOLTO PARTICOLARE E ALTRI RACCONTI

di Michele Pusino

 

Quel giorno ero in cerca di legna secca per il mio camino ma, come sempre, preso da mille pensieri non mi ero accorto del tempo che passava e dell'umidità che si faceva sentire nelle mie ossa. Quasi per caso mi resi conto di aver camminato troppo nel bosco, così mi fermai per orientarmi. Il silenzio era quasi paradossale ed i profumi della terra e del sottobosco ammalianti. Mi stesi a terra, appoggiando la testa sul mio zaino militare e mi riposai, ma per poco. Dietro un tronco di quercia, dall’aspetto vecchio e malato, vidi alcune ombre e scorsi dei movimenti veloci e precisi,  direi meticolosi, di qualcosa, di una sagoma, che poi focalizzai come una minuscola ascia, con lama brillante, lucida e ben curata; mani esperte ne avevano sicuramente forgiato il metallo ed il manico pratico all'uso.
Mi stropicciai gli occhi pensando ..."mi son addormentato, è tardi,torno a casa"...
Mentre mi alzavo da terra ecco apparire alla mia vista, un piccolo essere  che non mi aveva notato e con lunghi respiri si accingeva a legare una fascina di legna per caricarsela in spalla, un grande sforzo viste le dimensioni del tipetto. Un brivido ed uno strano senso di rispetto, mi percorse la schiena, ero in territorio altrui, mi pareva di aver violato una proprietà e forse un segreto: dovevo andar via senza farmi vedere.
Da sempre rispettoso della altrui proprietà e libertà, non ero e non sono così lesto e silenzioso nei movimenti furtivi, tanto che, nell’atto di fuggire, creai per il piccolo ometto un vero e proprio terremoto.
Per qualche secondo ci osservammo, lo sconosciuto ad occhio e croce avrà avuto un’età compresa, rapportandola alla nostra, tra i 45 ed i 55 anni, una barba bianca striata di nero, braccia e gambe tozze e muscolose, abiti di campagna marrone e verde muschio, un berretto rosso dalle tonalità sbiadite, ma soprattutto, cosa che mi fulminò letteralmente in un bagliore, occhi rossi come la brace.
Come per incanto emise un fischio, fortissimo almeno inizialmente e di tale intensità che non lo udii più dopo qualche secondo, poi anche lui svanì nel nulla. Rimasi inebetito e frastornato dal comportamento del nanetto rosso, così lo chiamai al momento, tanto da rimanere fermo come gelato da un improvviso spavento: riavutomi, girai i tacchi e iniziai a correre come un pazzo, cercando il sentiero di casa come un cane inpaurito e bagnato dalla pioggia; scivolai varie volte per piccoli dirupi creati dall’acqua piovana, ma non mi fermai un attimo, finché non ritrovai il viottolo che mi portava fuori dal bosco di faggi.
Dentro di me, bruciavano stranamente gioia e commozione, miste a paura, per avere scoperto un segreto, di aver visto un altro mondo…altre creature…fantastico!!
A casa non ne parlai, la notte divenne lunga e così ricolma di pensieri assordanti che non dormii affatto.
Al mattino controllando il mio zaino mi accorsi di aver perso, probabilmente nella corsa del giorno prima, alcuni oggetti: un coltellino a me molto caro, fatto a mano,un moschettone celeste da roccia ed una minuscola torcia giallo fosforescente; un vero peccato, mi dissi, proverò a cercarli nel pomeriggio…sempre che “qualcuno” non arrivi prima di me.
La mia è una famiglia normale: mamma,babbo e bimba,nessuno avrebbe mai pensato che un giorno…
La ricerca dei miei oggetti smarriti nel bosco era anche una ottima scusa per mia moglie, non potevo dirle cosa avevo visto il giorno prima e nemmeno che in me covava la speranza di incontrare ancora il nanetto. Per sicurezza mi portai una macchina fotografica.
Ritrovai agilmente il viottolo d’ ingresso alla faggeta, cercando di ripercorrere a ritroso i balzi e le scivolate del giorno prima, raggiunsi il punto in cui mi ero sdraiato, almeno sembrava tale; riconobbi la vecchia e malata quercia, lì da sempre, il profumo tipico del sottobosco, un misto di funghi e tartufo nero, vidi tra le foglie il mio coltellino lavorato a mano: eccolo, dissi tra me, ma cercavo altro…ben altro.
Guardandomi attorno  cercai di mettere a fuoco ogni particolare, foglie, ramoscelli secchi, ricci di castagne, reti, fili spinati di confine, radici di piante abbattute perché marcite, non vidi altro. Eppure…no…ero stato così scellerato da farlo fuggire, nemmeno il tempo di capire, di comunicare, di offrire un aiuto, un dito, perché quello sarebbe bastato, per sollevare le sue fascine. Un senso di angoscia e tristezza iniziava ad avvolgermi, avevo sbagliato, violato il suo habitat,  scacciato il mio nanetto. Mi sembrava strano solo pensarlo ma davvero avrei voluto conoscerlo, magari incontrare  il resto del gruppo o la sua famiglia…imperdonabile!
Tormentato da questi pensieri e considerazioni, mi sedetti e per la prima volta dopo anni, dalla nascita di mia figlia, sentii le lacrime salirmi agli occhi, ma stavolta non erano di gioia. Così, tenendo la testa sulle ginocchia flesse, piangevo in silenzio, mi asciugavo occhi e naso di continuo con i polsi della mia camicia…quando ad un tratto fui abbagliato da una luce, piccola, come polarizzata, che le mie lacrime facevano assomigliare ad una grossa palla gialla luminosa nella nebbia.
Stropicciati ed asciugati gli occhi per bene, vidi la mia torcia appoggiata su un tronco spaccato davanti a me, apparso per incanto, era evidente, avevo squadrato tutta l’area minuziosamente in cerca di…lui. Comunque avvilito e sconfitto, pensai, poco male, ecco la mia torcia, posso tornare a casa. Mi voltai per andar via, uno scatto metallico improvviso mi bloccò. Stentavo a girarmi, speravo,ci credevo è lui!è lui!
Voltandomi lentamente vidi appeso  ad un nodo di quella vecchia quercia il mio moschettone smarrito, brillava, strano, non lo pulivo quasi mai e dondolava lì inerme e muto, come ero io in quel momento: allora non ti ho spaventato, pensai. Raggiunsi la pianta con passo felino e circospetto, un gatto selvatico in allarme, afferrai il moschettone, lucido, anzi lustro ed oliato, lo scatto di chiusura scorreva come nuovo: forse quel giorno avevo conquistato il cuore del mio nanetto, del mio gnomo rosso-amaranto…con voce tremula ma senza vergogna dissi ad alta voce “grazie, grazie mille…spero di vederti ancora…scusa per ieri…ma sai…beh ora vado, vado via,sai mi aspettano…ma tornerò, come amico si intende…sempre che ti vada bene…va bene vero?” Nuovamente scappai verso casa, ma questa volta volavo, il mio cuore gridava,cantava le canzoni di natale, di fate, gnomi, folletti ed elfi: ero entusiasta ed al colmo della felicità!mi sentivo diverso, un uomo nuovo.
Ne parlai finalmente con mia moglie, lei vedendo i miei occhi brillare di gioia, accettò di buon grado questa strana amicizia; la mia bambina invece sembrava rapita dal racconto e mi fece promettere di coinvolgerla nella prossima avventura.

 

LA LEGNAIA

Andare per boschi, a passeggio con Sofia, mia figlia, è sempre stata un’impresa ardua, lei non amava come me quei posti e chiedeva sempre il perché, a cosa serve questa gita e cosa c’è di così particolare, ma in questa occasione sembrava un coniglio selvatico, esperta di sentieri, abile ed agile nel superare ruscelli e steccati, una vera rivelazione.
Con sempre più padronanza dei luoghi giungemmo alla meta. Il sole autunnale ci regalava ancora tepore e buon umore prima di gelare con l’inverno. Così erano i nostri cuori e sorrisi in quella mattinata, lucenti e fedeli ad un segreto insito dentro la nostra mente che muto ci univa in quel momento, catartico e settario, la nostra avalon, gli iperborei, sembrava ormai una tangibile realtà.
Nella piccola radura, si era formata nella notte una grossa pozza di acqua, con sorpresa capii che forse  non era un fatto casuale, d’istinto ci avvicinammo a specchiarci, mano nella mano, e fu proprio in quell’istante che il riflesso color seppia svelò l’ignoto, il mistero: un mondo fantastico ed antico come la terra. Tronchi di faggio e quercia costellati da una miriade di abitazioni, che sembravano gemmare dalla corteccia, finemente decorate, variopinte ed adornate di fiori mai visti; rivoli di fumo soffiavano da comignoli ricavati da legna verde, i tetti erano stati fabbricati con scaglie di pigna, luci soffuse baluginavano da finestre elegantemente intagliate: una mano architettonica suprema aveva violato le leggi della fisica e della statica nel creare un paese arroccato, ridente e lussureggiante di colori e profumi invisibili, ma palpitante.
Riuscii a vedere sforzandomi, il rapido e responsabile fervore delle abitudini di una comunità, mastro, forgiatore, falegname, commerciante, musicante e così via, fino a scorgere delle minuscole donne con trecce bionde che rassettavano le abitazioni, lavavano indumenti ed accudivano i piccoli.
Dopo aver superato il primo stupefacente impatto, Sofia stringendomi la mano  mi indicò nella pozza un ometto, con un berretto celeste a punta lunga, che ci fissava. Aveva un aspetto serio e dignitoso, quasi altezzoso direi, brandiva nella mano destra una strana bacchetta nodosa che armeggiava con fierezza e competenza.
Ero tentato di voltarmi e guardare direttamente il magico paese che vedevo di riflesso, ma non osavo, non ora che il tipo, soprannominato in seguito Celestino da Sofia, si mostrava sospettoso nei nostri confronti. “A volte nella vita bisogna rischiare” …iniziai a pensare che questa frase ripetuta spesso da mio padre, rappresentava un bivio in cui tutti ci si ritrova ed ecco ci ero giunto anche mio: presi coraggio e cercai di comunicare con Celestino, sorridendo e mostrandomi nello specchio d’acqua sotto i migliori auspici e presupposti nei suoi confronti. L’omino agitava ritmicamente la bacchetta come se volesse studiare e scavare nel nostro pensiero, con arte degna di un  antico druido. Ad un tratto sbarrò gli occhi, la bacchetta si illuminò e lasciò andare una scia color ghiaccio, profumata di ambra, che ci avviluppò completamente nelle sue spire, lasciandoci storditi e confusi come stregati da un sortilegio.    

Il profumo dell’ambra lasciò il posto ad un odore salmastro ed acre di incenso, progressivamente, guardandoci in volto, la mia bimba ed io, entrammo nel loro mondo,nella loro dimensione, in cui le nostre leggi, convinzioni, dettami e bisogni indotti non trovano riscontro: i giardini di Babilonia, le meraviglie della terra, la reggia di un sultano… nulla in confronto.
La nostra avventura iniziatica nella realtà degli Gnomi del bosco cominciava sotto la guida del nostro maestro dal berretto celeste. In quel momento mi resi conto di quanto l’avevo agognata.
Celestino cominciò a narrare, la sua voce era calma e profonda. Egli era il Principe di questa comunità insediatasi in quelle zone ormai nel lontano XVII secolo, vivendo in armonia e rettitudine, nel rispetto di poche regole e disposizioni caratteristiche della loro stirpe. Il suo vero nome, era Mihangel,  di origine celtica ci spiegò; io chiedevo i nomi di ogni gnomo che incontravamo nel paesino, rispondevano loro stessi, con una voce dolce e flebile, sorridendo: Barra, Eianna, Calum, Grada, Griffin, Adomnan…
Il Principe Mihangel, era il più forte ed il più potente, depositario della cultura, dei misteri e dei poteri magici soprannaturali sulla materia terrena, governava i fenomeni fisici ed atmosferici e volendo, leggeva le menti ed i cuori degli umani, così aveva fatto con noi due reputandoci degni della verità.
Il tempo passava, anche se per noi sembrava essersi fermato davanti a quella pozzanghera, Sofia ed io salivamo gradualmente di purezza e conoscenza, mondando l’animo dalle bassezze terrestri, lei ricevette in dono un fiore magico da parte di una piccola di nome Morwenna, che la pregò di tenerlo in uno scrigno di legno. Solo Sofia, nessun altro d’ora in poi avrebbe potuto guardare quel fiore e solo di notte. Era il fiore della felicità e fecondità, cambiava spesso le sue tonalità muovendo come una danza i petali setati, l’avrebbe accompagnata tutta la vita. Lo accettò commossa riponendolo al sicuro nel mio zaino.
Mentre mia figlia ascoltava estasiata il racconto di Morwenna, Celestino mi presentò il dotto Maelmaedoc lo scienziato, chimico, alchimista del villaggio; leggendo dentro di me, aveva sentito la bramosia di conoscenza, di conquistare come Ser Lancillotto del Lago l’amata ricompensa, la verità, l’illuminazione.
Il dotto gnomo, credo il più anziano, aveva infatti 321 anni, appariva stanco, lento nei movimenti e ieratico; senza che ponessi domande inizio a parlarmi, un fiume di parole, una poesia in metrica greca cullante ed interessante, le sue parole nel mio pensiero prendevano forma, corpose ed ingombranti per le mie capacità mentali.
Mi svelò il segreto delle correnti telluriche e dei loro vertici sotterranei, il mistero delle profondità e degli ipogei, il moto dei pianeti e delle costellazioni, il divenire della materia ed il plasmarsi della stessa, il mio lapis exillis, la pietra filosofale; raccontò l’evoluzione storico-religiosa del popolo celtico e dei veri intarsi con i romani, di misteri religiosi a me sempre poco chiari, della nostra e loro cultura, dei personaggi salienti di questi millenni…i segreti delle cattedrali e dei templi, i magici rimedi di medicina naturale.
Per un semplice uomo come me era fin troppo, assorbivo ed accumulavo troppo, mi facevano male gli occhi e mi sentivo lievitare dal suolo: dovetti interrompere con sommo dispiacere.
Una strana e lancinante sensazione cercava di svegliarmi. Ci pensò Sofia, che mi veniva incontro come una libellula gaia e lucente, bellissima e tenera chiedendomi dove eravamo, che succede…ti voglio bene babbo.

 

Il nostro Principe, aveva nella mano sinistra un ciuffo di erbe, profumate e muschiate, ci accompagnò lentamente nei pressi della grande conca di acqua piovana e disse:” il dotto ti regala queste magiche erbe, non vuole svelarti i loro poteri perché sarai tu a farlo, portali a casa…un piccolo dono del Principe degli gnomi”.
Facendo uno strano inchino di commiato ed agitando in cerchio la bacchetta, sussurrava una sconosciuta canzone, di cui carpivo alcuni fonemi gaelici, piroettando velocemente su se stesso, dal nulla, ricomparve la cortina di ghiaccio che avvolgendoci nel suo occhio ciclonico, ruppe l’incanto improvvisamente. Si riaprì con uno squarcio il bosco, la piccola radura, la vecchia quercia malata…eravamo nuovamente nella faggeta…a casa.
Era ormai buio e le vertigini mi stavano creando un poco di nausea, mi appoggiai ad un tronco per riprendermi, Sofia cingeva con forza la mia vita, quasi serrata a me  e con gli occhi chiusi: anche lei aveva un moto di nausea.
Giunti a casa, mi figlia raccontò entusiasta alla mamma la nostra esperienza. Negli occhi di mia moglie vidi trasparire un misto di curiosità e preoccupazione; quella sera rimanemmo tutti insieme vicino al camino fino a tardi per condividere e trattenere le emozioni della fantastica giornata.
La mattina seguente, sapevo di dover andare in garage, dove c’è la legnaia, sentivo che qualcosa mi diceva di farlo. Avevo in mano il piccolo mazzo di erbe regalatomi dal dotto gnomo, legate dal gambo di una spiga secca: giunto nel locale umido e semibuio, mi guardai attorno, in attesa di un segno, memore delle parole riportate dal Principe ”…svelarti i loro poteri…sarai tu a farlo…” Intanto mi accomodai su di una sediola di paglia, credo di mia nonna paterna e rilassandomi lasciai vagare i miei pensieri.
Avevo poggiato il ciuffetto di erbe nel cavo di un tronco con radici utilizzato solamente come custodia per gli utensili di rapido utilizzo: una lima, un cacciavite, molti chiodi lunghi ed uno scalpello macchiato di vernice bianca. Iniziai un inventario mentale della legna da ordinare per l’inverno, come disporre le cataste in modo da utilizzare la secca con la verde ed ottenere un buon risultato calorico…ma il mio cuore vacillava, era altrove, in attesa snervante.
Dopo diverse ore di attesa silenziosa l’umidità iniziava a regalarmi i primi effetti malsani, decisi di tornare a casa, anzi dovevo farlo in fretta per sentire da Sofia come era andato “il suo primo giorno dopo” ed accendere di mistico questa giornata spenta.
Con un gesto simil-atletico balzai in piedi e catturato il mazzetto di erbe, uscii dalla legnaia, notando che l’umidità aveva bagnato leggermente le erbe: mah, dissi , non potrà nuocere in alcun modo al loro potere, son piante d'altronde! Ripresi la strada di casa.

 

Un improbabile muratore

La delusione traspariva dagli occhioni di Sofia, anche lei non aveva ottenuto un segnale, un messaggio, niente dal suo fiore che sembrava dormire. Solo l’intervento della mamma poté
consolare le delusioni della giornata.
Nei giorni seguenti non ebbi molto tempo per dedicarmi ai miei nuovi amici, al bosco fatato. Andai in città per ultimare alcune faccende, noiose e tristi, relative a vicende familiari di ipoteche e successioni mai eseguite, altri pensieri preoccupanti si affacciavano all’orizzonte. Passai dal medico di fiducia e mi sentii dire che probabilmente mia moglie doveva subire un intervento chirurgico che non le avrebbe permesso di allargare la nostra prole. Era un momento difficile per lei e dovevamo affrontare anche il calvario di non poter dare una compagna di giochi a Sofia che la desiderava tanto…fossimo stati gnomi,  dicevo in cuor mio.
Passò una dura settimana, finché un mattino presto decisi di metter mano al caos e allo sporco presente nel garage-legnaia, armandomi di santa pazienza.
Quel giorno iniziava la tramontana, il gelo era alle porte ed io non avevo ancora ordinato, scaricato e sistemato legna nuova per l’inverno; Era un piccolo pensiero, per me abituato ad altri di ordine maggiore, ma era una cosa da fare e mi pesava. Le responsabilità di capofamiglia mi son sempre servite per la crescita interiore e volevo affrontarle a testa alta.
Come previsto, per effetto del vento freddo, le porte metalliche del garage sembravano saldate; erano da rifare, così come l’impianto luci ed il pavimento. Con tutta la mia forza cercavo di aprilo ma il metallo rugginoso aveva la meglio, riuscii solo a provocarmi una profonda ferita sul palmo della mano per la rottura della maniglia. Tornai a casa a medicarmi, più tardi sarei andato in paese in cerca del mio amico fabbro.
Dopo pranzo mentre mi recavo a casa di Vittorio il fabbro, questo il suo nome, incontrai la moglie  che usciva dalla chiesa; aveva un aspetto poco curato, strano pensai, è una delle donne più belle del posto, e vestiva abiti anonimi e messi senza guardarsi allo specchio…tutto molto curioso. Dopo averla salutata con rispetto amicale, le chiesi del marito e lei con voce tremula e carica di pianto mi confessò che era scomparso, fuggito dal paese, in cerca di novità e successo, di soldi e divertimento a dispetto di una vita che lui considerava squallida e ristretta, fuggito dalla moglie, da due figli bellissimi ed un lavoro umile ma costante nel guadagno. Svanì quel mio amico e con lui la moglie nei vicoli centrali, dopo avermi confidato tale segreto…nelle piccole comunità alcune disgrazie devono essere  celate dal massimo riserbo, a chi gode nel diffondere le sventure altrui: io avevo da sempre la sua piena fiducia.
Decisi di ripassare al volo in garage nella speranza di poter escogitare un sistema nuovo per scassinare le mie porte bloccate, infatti ci riuscii.

 

La vecchia maniglia era stata sostituita da un pomello in legno di rovere, lucido e levigato con incise sopra le mie iniziali P.B. e la serratura era in ferro battuto come nei portali dei castelli scozzesi: quale anima pia mi ha salvato? Dicendo così esclusi in partenza il “loro” intervento, impossibile arrivare fin qui, eseguire un tale lavoro di precisione, a mano, in breve tempo!no! Forse mia moglie, vedendomi ferito ha convocato dei tecnici che han sistemato il tutto. Già deve essere proprio andata in questo modo! Aprii finalmente il garage-legnaia, la serratura aveva un grosso chiavistello inserito nella feritoia, privilegi di un paese onesto.
All’interno, ovviamente regnava sempre il disordine ed il sudiciume, condito da quella umidità che rendeva il locale inospitale, nessun prodigio in atto; il pensiero di Vittorio il fabbro fuggito dalla moglie, mi aveva toccato, volevo tornare in casa dalla mia per stringerla al caldo del nostro focolare. Inoltre, la curiosità dell’intervento sulle porte della legnaia mi premeva, santa donna!
Constatai che in realtà, Sonia, la mia santa moglie, non aveva chiamato alcun operaio e prese tutto come uno scherzo mio e di Vittorio; dovetti allora raccontarle dell’incontro avuto con Antonella, ormai ex moglie del fabbro, avrei preferito evitarlo, visto il periodo che attraversava in vista dell’intervento, il suo viso divenne improvvisamente cupo.
Fortunatamente arrivò anche quella giornata di sole, dopo temporali continui dovuti allo scirocco che aveva sostituito momentaneamente la tramontana, ecco una fredda ma splendida mattinata! Mi recai alla legnaia per concludere i preparativi dell’inverno. Ricordai improvvisamente la vicenda misteriosa del pomello in legno e della nuova serratura, di come non avessi indagato oltre e meravigliato di aver rimosso tale evento girai la grossa chiave nella toppa senza alcuno sforzo.
Stentavo a credere che fosse il mio garage! Tutto in ordine, ogni attrezzo al suo posto, ogni vite,bullone e chiodo in appositi barattoli di vetro,lavati e lucidati…! La legna aveva assunto un aspetto funzionale con cataste orizzontali disposte in ordine di grandezza, lunghezza e specie; la vecchia stadera appesa da anni a grossi chiodi pendeva lucidata dal soffitto, pronta per l’uso; le botti del vino in plastica di circa mille litri pulite internamente e chiuse; cassette in plastica e legno incolonnate come soldatini alle armi; l’armadio degli attrezzi lunghi spolverato e laccato con impregnante antimuffa…l’odore di umido scomparso.
Nella cesta in vimini sotto le botti, notai che alcune pigne erano senza le scaglie, rimosse con precisione, tagliate della medesima lunghezza…ero certo mi avevano raggiunto! E già! La porta, il pomello in legno lavorato, in quel giorno triste e sconsolato, mi sono fedeli, mi vogliono bene…sono i miei veri ed unici amici! Ci sono gli gnomi qui in legnaia!!
L’esaltazione dell’attimo mi fece ripercorrere l’avventura di tanti giorni ormai, sembrava così lontano Celestino il Principe, gli operai, le donne, il dotto Maelmaedoc; in effetti il vecchio sapiente mi aveva regalato quel ciuffo di erbe, per scoprire i loro poteri. Solo loro potevano aver segnato questo locale al popolo fantastico dei piccoli amici.
Cercai di ricordarmi cosa, cosa feci il primo giorno dopo il “viaggio misteriosofico” nel bosco  qui in garage-legnaia con le erbe magiche.
Avevo il cuore in gola e mi sentivo chiamare da ogni angolo di quelle quattro mura, dietro ogni legno, ogni cassetto, ogni barattolo celava per me l’inaspettato…poi inciampai nel vecchio tronco porta attrezzi con radici, forse appositamente sotto il mio naso e si riaprì ili varco dell’ignoto.

 

Sollevando dalle radici il porta attrezzi, notai un nodo di quercia mai visto prima delle dimensioni di un mandarino, rugoso e particolare; ormai mi intendo di legna, da anni la scelgo tra varie per acquistarla, volli usare una grossa lente di ingrandimento per i francobolli dimenticata in uno dei tanti cassetti del mobile appena restaurato da mani invisibili.
Ingrandendo bene, si scorgevano fini abbozzi di mura, accenni di finestre, curve tornite di parete e di tetto a scaglie; il nodo appariva battere, muoversi e vivere di vita propria; avvertivo ticchettii di martello, rumore strisciante di levigatura, un vero e proprio cantiere in opera, sordo al comune osservatore.
Un istinto di curiosità infantile mi fece battere le nocche sul tronco ed il tramestio si fermò.
Poggiando il tronco sul banco di lavoro, mi resi conto dell’atto inopportuno, da cui ne conseguì la materializzazione del muratore stanco e sudato: un tipico gnomo, berretto rosso-arancione,barba bianca, cipiglio competente, abiti a scacchi verdi e marroni con piccoli stivali in pelle, e asciugandosi il sudore mi fissò tra il serio ed il faceto con aria sorniona.
Il nuovo amico si chiamava Heiram, muratore specializzato ed esperto di costruzioni, aggrottando le ciglia mi disse con voce crepitante:” molto piacere di vederti finalmente,Benedetto, ti ringrazio per aver fertilizzato il tuo tronco con le erbe magiche che ti son state date, quanto in me sarà in te per sempre e questa officina sarà cantiere della nostra nuova colonia…prepara il tuo focolare presto ci sarà nuova luce. Devo svanire il lavoro mi chiama.”
Mantenendo fede scomparve, ed io tornai da Sonia per riflettere sulle parole del muratore.
Ma le sorprese per me non erano finite, quella stessa notte mia moglie mi disse che presto Sofia avrebbe avuto la sua compagnia di giochi, un miracolo. Un regalo delle erbe ed un nuovo impegno: la famiglia ingrandita avrebbe accolto anche gli impalpabili gnomi come desiderio del Principe Celestino.

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