LA PERGAMENA DI VETRO
di Michele Pusino
“C’era una volta e tuttora è viva, una piccola casetta di ceramica, dipinta con colori vivaci e brillanti, composta di due stanze, un ampio corridoio, allegre finestre ed un camino…con i primi fiocchi di neve si poteva notare del fumo uscire dal comignolo in pietra, tal segno indicava l’arrivo dei suoi misteriosi inquilini…”
Dopo aver letto queste prime semplici righe, mi resi conto di aver trovato, anzi ritrovato un documento di gran valore, sapevo che cercare nella soffitta della vecchia casa dei nonni mi avrebbe regalato grandi emozioni.
I miei nonni avevano abitato in quel grande casolare rosso pompeiano da sempre, lui era nato proprio lì, a pochi chilometri di distanza la nonna nasceva in una fattoria da umili origini, erano all’epoca gli ultimi decenni del XIX secolo.
La città distava quei giusti minuti per tener lontani “male intenzionati e rumori molesti”, una frase che ripeteva spesso il nonno.
Mio padre vi era cresciuto con i suoi fratelli e dopo la guerra tutti loro avevano contribuito alla restaurazione dell’immobile, un immenso piano unico con soffitta, un simbolo per la nostra famiglia.
Un viottolo alberato collegava la casa alla strada, in passato una semplice pista di terra battuta, attualmente una provinciale modicamente trafficata, eppure quei pioppi alti e frondosi, facevano ancora da filtro per schiamazzi e clacson di auto impazzite…oltre quelle mura regnava il silenzio.
Il parco avvolgeva la casa adornato da varie piante, una passione di nonno, salici, larici, querce e leyland messi a cingere immaginarie mura di confine. Conferiva a tutta l’area una sorta di mistica religiosità, una teca di cristallo protettiva, invalicabile e rassicurante, ora come allora tutto era rimasto tale.
Mi trovavo da diverse ore in soffitta, purtroppo non più curata da nonna che, con particolare abilità e velocità, sapeva rassettarla con perizia e pratica utilità, ogni cosa aveva il suo posto ed un senso per collocarla in tal modo: ci teneva molto alla sua soffitta, come un romantico rifugio.
I ricordi contrastavano nella mia mente, comparavo ciò che vedevo in quel momento con la visione che la memoria mi trasmetteva a fasi alterne, come se fossi sulla linea di confine tra presente e passato. Muovendomi provavo una strana sofferenza e tristezza, in quegli istanti constatavo il tempo che scorreva sotto i miei occhi.
Dietro un piccolo comodino di ciliegio, protetto dalla polvere con drappi verdi, scorsi il vecchio baule di nonno, di colore blu notte, sembrava un forziere dei pirati, bordato e rinforzato da ferro battuto con chiodi a testa tonda neri, un miraggio folgorante che quasi mi aveva paralizzato, come la visione dell’Arca dell’Alleanza, una sacra reliquia. Il caro nonno non ci aveva mai permesso di aprirlo in sua assenza e aveva gettato il timore in noi ammantando di mistero quell’oggetto particolare, il suo forziere!
Vinto l’attimo di esitazione iniziale ed il flash back del ricordo, aprii con delicatezza il grosso baule, credo uno dei momenti più esaltanti degli ultimi anni.
Oltre a diversi libri di narrativa, boccette di medicinali in metallo, la pietra per la lama del rasoio, alcune camicie ormai di color beige, trovai un cofanetto vellutato rosso. Al suo interno un cilindro in vetro soffiato dove riposava la pergamena…finalmente era lei!
Da piccolo papà mi raccontava spesso quella storia, vissuta da suo padre in prima persona e che poi aveva narrato ai suoi figli: durante la seconda guerra mondiale, un militare inglese dopo aver perso contatto con il suo plotone, nel tentativo di fuggire da una pattuglia di tedeschi che perlustrava la zona, si era rifugiato nel nostro casolare. Per giorni la nonna lo aveva trattato come un figlio, nascondendolo e nutrendolo e quando finalmente era riuscito a ricollegarsi con i suoi commilitoni aveva lasciato un cofanetto rosso, custodito nel fondo del suo zaino, dicendo che era un dono del cielo, in futuro sarebbe tornato a prenderlo oppure, in caso contrario, sarebbe passato alla nostra famiglia e ai nostri discendenti.
La guerra finì ma il militare inglese non si vide più, il cofanetto inviolato giaceva nel baule del nonno al sicuro da tutti e tutto!
Grazie alla seria testardaggine caratteristica della nostra stirpe solamente dopo una decina d’anni papà riuscì a leggere la pergamena ma, con distacco cinico, la giudicò una novella, una favola, scritta in favore del sonno e la ripose dimenticandola per anni.
Fino agli anni ottanta circa quando il nonno, poco prima di morire, ci disse di fare attenzione a quel tesoro, a quel segreto rosso…confuso dai farmaci e dalla paura. Furono le sue ultime parole che rimasero nella mia memoria sopite ma palpitanti.
Qualche tempo dopo tornai al casolare, alla soffitta, al baule e leggendo per intero il documento percepii, più a livello sensoriale che pratico, l’importanza ed il senso delle parole con il simbolismo che le distingueva, e colsi come un regalo l’opportunità di seguire ciò che stava scritto e di sfidare il destino.
“…Ricostruire la baita perché ella è viva, ostello di gentili inquilini, famosi per la loro proverbiale riconoscenza, con l’accortezza di non tradirli mai di seguire gli insegnamenti che si diffondono come fumo dal camino ed altro più non chieder nella vita…”
Il messaggio, abbastanza chiaro, era seguito da un elenco di materiale da recuperare, preparare ed approntare per la costruzione, una lista della spesa insomma.
In quel periodo, in cui il lavoro scarseggiava, avevo a disposizione tempo a sufficienza per dedicarmi con scrupolo alla ricerca, non facile, di quanto elencato nella lista. Dovetti addirittura ordinare telefonicamente dei componenti di resina norvegese a me sconosciuti ed altre materie insolite.
L’operazione appariva ardua ma non volevo mollare, non stavolta. Mi serviva anche per distogliermi dal ricorrente pensiero che mi tormentava da tempo sul mio futuro incerto, senza lavoro, famiglia, prole e soddisfazione alcuna.
Avevo alle spalle fallimenti che ancora mi bruciavano: prima un’attività commerciale in città mai decollata, poi mi ero dedicato al restauro d’antichi manoscritti, una antica passione che però non garantiva un reddito costante ed era diventato un hobby più di un lavoro vero e proprio. Al momento ero a corto d’idee e mi ero trasferito nella casa di nonno e papà a riflettere.
Così mi buttai a capofitto nella costruzione che andava erigendosi come per magia, come se n’avessi fatte a centinaia in passato, mi veniva facile e mi rilassava mente e corpo, un effetto depurativo o disintossicante. La parte difficile, superata con pazienza, era stata l’allineamento delle mura con il tetto ed il pavimento cercando di rispettare le leggi elementari della dinamica e conferendo un aspetto stabile alla struttura.
Ormai, salvo brevi pause per mangiare e riposare, vi dedicavo tutto il tempo a disposizione.
In capo ad una decina di giorni la casetta, la baita, l’albergo fatato poteva essere inaugurato e messo in “vendita” gratuita e riservata per i miei tanto attesi inquilini misteriosi. Dopo aver passato, come scritto sulla pergamena il bianco laccato ed il rosso cardinale sul tetto, dipinto il comignolo e le imposte, mancava la mano di lucido del baltico, sempre secondo ricetta, che avevo ordinato tramite un sito internet e aspettavo entro sette giorni tramite corriere espresso.
Stanco e stremato al tredicesimo giorno avevo terminato…
Rimasi ore ad ammirare l’opera che, nella penombra, sembrava brillare. Mi stava conquistando come un’amante tenera e sensuale, come una voce flebile soffiata di cantilena, rassicurante e protettiva.
Il sonno mi colse seduto in poltrona e mi svegliai alle prime luci dell’alba intorpidito ma sereno, come non ero da tempo.
Rileggendo la pergamena mi trovavo al punto in cui iniziava la lunga attesa propiziatoria per l’arrivo degli ospiti. Preparai del cibo e lo introdussi nella sala principale della baita, salumi, formaggi, strudel ed una vaschetta d’acqua naturale, misi dei piccoli pezzi di legna d’acero fuori dalla costruzione per il camino.
Dovevo aspettare e basta, così lasciai la costruzione in soffitta e mi recai nel vicino paese di Sambuseo per distrarmi. Passeggiando per le stradine nella parte medievale del borgo notai, sulla porta a vetri di un negozio, un cartello che avvisava dell’imminente chiusura dell’attività e contemporaneamente ricercava un possibile affittuario.
Incuriosito entrai. Un uomo anziano, che poi scoprii essere il proprietario, era intento a liberare il locale da tutto ciò che conteneva, schedari, scrivanie e computer.
Gli chiesi se potevo dare un’occhiata al locale, mi informai sull’importo dell’affitto che, comprensivo delle spese accessorie, risultò abbordabile, direi ridicolo, duecento euro al mese. D’impulso, come mio solito, accettai, dissi al proprietario, che per la verità mi fissava un po’ perplesso di preparare il contratto per l’indomani. Mi sarei presentato con la cauzione e l’affitto del primo mese, non doveva temere.
Tornai a casa sentendo dentro me un’aria di vittoria e conquista, avevo colto al balzo un’occasione irripetibile, avevo fatto la cosa giusta, almeno così credevo e mi ripetevo. Quella sera andai a letto progettando di trasferire la mia collezione di libri antichi ed i miei strumenti per il restauro quanto prima, volevo riprendere le redini di una vita normale e quella mi sembrò una fortunata occasione, mi addormentai felice come un bambino.
Il giorno successivo, come promesso firmai il contratto.
Il negozio aveva bisogno di pulizia ed una sistemata generale, cosa a cui rimediai subito, faticando non poco. Quindi iniziai con molta cura, per paura di danneggiarli, il trasferimento dei libri che avevo stipato nel casolare di famiglia. Il proprietario del locale mi aveva lasciato delle stupende scaffalature in abete che erano l’ideale per esporre la mia collezione di libri rari. Un tocco di classe lo conferivano un paio di vecchi lampadari in stile vittoriano, se non proprio autentici almeno una buona imitazione. Per rendere l’atmosfera più calda e accogliente appesi alle due finestre tende a scacchi rossi e bianchi; sembrava un negozio inglese e questo mi piaceva molto. Ora ero pronto: avevo il mio lavoro, la mia casa ed i miei ricordi.
Al mio rientro quel pomeriggio, ebbi una strana impressione vedendo il casolare dal viottolo alberato. Sembrava rinnovato, come appena restaurato, tanto che mi fermai ad ammirare la vernice, il rosso pompeiano sembrava appena ripassato, le finestre in legno appena lucidate e smaltate di coppale trasparente, anche il portale d’ingresso lucido con il legno riportato a nuovo…forse la stanchezza mi stava giocando un brutto tiro, mangiai ed andai a letto presto…avevo un nuovo lavoro da seguire l’indomani.
Mi svegliò il dolce canto degli usignoli accompagnato dai raggi del sole che mi carezzavano il viso e mi stavano coccolando. Fino ad ora non avevo fatto troppo caso a ciò che mi circondava, troppo preso dai miei problemi avevo posto una barriera tra me e la natura che ora vedevo in tutta la sua magnificenza. Soprattutto mi colpì l’incantevole melodia che sentivo. Aprire poi le imposte e scorgere il verde del parco, con alcuni scoiattoli giocare e salire sui pioppi, era una visione magnifica e rassicurante, come il profumo della campagna al mattino: non avevo apprezzato bene quel luogo in passato, mi dissi.
Mi preparai un buon caffè e mentre pigramente lo sorseggiavo passando da una stanza all’altra, notai che il salone, i mobili, i quadri…insomma tutto era stato spolverato, pulito, lustrato con cura quasi maniacale, così come le vetrate ed il grosso camino: molto sospetto ed enigmatico. Colto da uno strano turbamento volli andare ad ammirare la mia opera d’arte, di alta ingegneria in soffitta.
A volte è difficile distinguere la realtà dall’illusione ottica, così mi ritrovai di fronte ad una baita viva, abitata, come vissuta da sempre, tanto che non riuscii ad avvicinarmi…rivoli di fumo dal camino, rumori di attività domestica provenivano dalle stanze, scricchiolii, scoppiettii e soprattutto una luce verde-azzurra, palpabile, che circondava la casetta, le mura, il tetto come nebbia paludosa: erano arrivati, loro, i miei inquilini! La paura di disturbarli era forte, così cercando di mantenere all’apparenza un fare circospetto ed indifferente, scappai.
Una immensa gioia e voglia di vivere si era impadronita di me da tempo non stavo così bene. Con questi pensieri mi avviai al mio negozio, ero quasi arrivato quando, da lontano, notai due uomini, ben vestiti e con aria seccata che aspettavano l’apertura della mia libreria.
“La giornata inizia bene” pensai con inaspettata fiducia “si lavora presto in questo paese”. Con la massima gentilezza salutai i due sconosciuti, sollevai la saracinesca ed aprii la porta in legno antico lasciando passare i miei primi clienti.
Mi chiesero, tradendo un leggero accento britannico, che si intonava perfettamente con l’atmosfera del mio negozio, se potevano dare un’occhiata.
Guardavano i cataloghi e gli scaffali espositivi, scambiandosi ogni tanto qualche frase sottovoce. Cercavano qualcosa di preciso e di importante, lo capii dalla meticolosità con cui controllavano ogni volume e dal loro volto preoccupato.
Il più giovane, dai capelli color rame ed un profilo alquanto arguto, si disse piacevolmente sorpreso dalla quantità di libri in mio possesso e dal valore storico e di conseguenza monetario di alcuni di essi. Mi domandò se oltre ai libri rari e ai cataloghi in visione sul tavolino di ciliegio lì in negozio, ne avevo altri, magari in deposito presso un ipotetico magazzino.
“Tutta la merce esposta e presente rappresenta la collezione in vendita” risposi innocentemente, non avevo depositi, “però potrei cercare contattando dei colleghi” mi buttai con massima disponibilità nei confronti del giovane e il suo compagno, dall’aspetto vissuto e all’apparenza opulento, mi folgorò con un’occhiata di sospetto e disse che stavano cercando un antico documento, in pergamena o papiro egiziano risalente a diversi secoli fa…
Non so perché ma sentivo che quello che stavano cercando era la “mia” pergamena. Il gelo trasudò dal mio corpo e si diffuse nella libreria, mi sentivo improvvisamente confuso ed agitato, tachicardico, ansioso ed osservato da loro: avevo paura dei miei pensieri, cosa volevano, come facevano a sapere della pergamena…è mia quella, anzi nostra, di famiglia…cosa e come, come …
Risposi che non avevo, con assoluta certezza, quel che cercavano, anche se ebbi l’impressione che il mio viso dicesse il contrario, avrei voluto urlare al mondo intero di aver trovato la pietra filosofale, il tesoro dei pirati, la collana magica di nonno, ma non potevo e soprattutto non volevo.
Mi lasciarono un biglietto da visita, pregandoli di contattarli nel caso fossi venuto in possesso io stesso di quello che stavano cercando o se attraverso altri collezionisti scoprissi dove era. Un documento del genere poteva valere milioni di euro almeno, e loro sarebbero stati disposti a sborsare qualsiasi somma per entrarne in possesso. Si allontanarono con aspetto soddisfatto, forse pensavano di aver stimolato la mia curiosità e il mio interesse economico, invece io ero solo preoccupato, molto preoccupato e quando svanirono in fondo alla stradina io mi sentii a pezzi.
Tornato a casa sentivo gli stessi sintomi di uno stato influenzale, tremori, cefalea e leggero torpore, non riuscivo a capire e ad accettare che una visita come quella dei due uomini potesse lasciarmi spossato in quel modo; nella vita ne avevo già passate molte, crisi economiche, diffide, delusioni, ma questa situazione era particolare, mi colpiva nel profondo come un graffio nella mia anima sanguinante.
La sera non avevo appetito e come facevo nei momenti difficili mi stesi sul letto, caldo e soffice, profumato di biancheria fresca di bucato e pensai a lungo alle varie ipotesi che la mia mente proiettava dinanzi i miei occhi come un film in bianco e nero, un vecchio cortometraggio muto riprodotto nel piccolo cinema della pineta sul mare. Confuso e frastornato da mille pensieri e decisioni affrettate mi domandavo cosa dovevo fare, quale sarà la scelta giusta?
Eppure i soldi mi servivano, ora che avevo avviato una nuova attività. Poteva trattarsi di un milionario eccentrico e viziato abituato ad avere tutto, automobili di lusso, belle donne, feste sontuose, lusso, sfarzo e perché no anche una pergamena di secoli fa, solo per il gusto di possedere una rarità di cui vantarsi.
Avrei dovuto prendere la palla al balzo, battere il ferro finché era caldo, dare una svolta definitiva alla mia esistenza…vendere il tesoro!
Alla fine mi vinse il sonno.
Fui svegliato da un temporale spaventoso, tuoni e lampi facevano tremare il casolare, rumori di scricchiolii e cedimenti diffusi in tutte le stanze, entravano folate di vento e pioggia dalle finestre che avevano ceduto alla pressione delle raffiche di vento, un risveglio da diluvio universale.
Correvo, scivolando su pozze di acqua piovana, da una stanza all’altra, da una finestra all’altra tentando di chiudere tutte, ma non una volta sola restavo con la maniglia rotta in mano, alcuni quadri cadevano zuppi e sbiaditi, sembrava che l’acqua entrasse da ogni dove, mi sentivo disperato e sfortunato proprio ora che avevo decidere di concludere con i miei clienti.
Dopo alcune ore e con gran difficoltà, finalmente riuscii ad avere la situazione sotto controllo. Ma in quel frangente mi ero completamente scordato della soffitta, e della baita che giaceva inerme sotto quel temporale di stagione; così mi precipitai a controllare i miei inquilini e le loro condizioni, con il cuore in gola…il mio tesoro che avevo deciso di vendere.
Dicono che una delle fonti maggiori di stress siano i traslochi, che portano ad un precoce invecchiamento. I miei occhi videro gli effetti di un recente trasloco, frettoloso, quasi una fuga, probabilmente viste le condizioni atmosferiche gli inquilini avevano liberato l’abitazione in emergenza, eppure non trovai una goccia di acqua in terra, le finestre avevano tenuto perfettamente, non vi era traccia del nubifragio subito nella notte…molto strano.
La baita era stata abbandonata, le persiane con cardini malconci apparivano scrostate, alcuni vetri alle finestre rotti, la porta d’ingresso non aveva più il lucido colore di sempre e sembrava vecchia di secoli; guardando nelle stanze dalle minuscole finestre fuoriusciva odore di muffa e stantio, il camino era polveroso e colmo di cartone e stracci: sembrava disabitata da sempre…con terrore pensai che i miei ospiti mi avevano abbandonato, sembrava quasi con odio, mi stavano punendo.
Sprofondai in una grossa crisi di pianto e nervi, proprio adesso che le cose si stavano mettendo per il verso giusto, che si stava avverando il sogno della mia vita e diventavo milionario, ricco ma sempre lo stesso, non mi avrebbero cambiato i soldi ed il successo, così pensavo, ma forse ero già cambiato.
La rabbia dentro di me aumentava fino ad esplodere come un istinto incontrollabile e cominciai ad urlare che non avrei avuto bisogno di ospiti, della baita, la pergamena era ormai venduta…ero ricco e mi bastava.
Mi diedi solo il tempo di rendermi presentabile ed ero in negozio dove trovai una busta recapitata ed infilata tra le sbarre della saracinesca dal postino, un atto di citazione in tribunale con ingiunzione di pagamento per illecita attività commerciale, traffico di opere d’arte ecc…
Sulle prime pensai ad uno scherzo oppure un “invito forzato a vendere” da parte di quei signori, forse stavano indagando e composi il numero riportato sul biglietto da visita. Mi rispose la segretaria del Signor Adson, così si chiamava l’uomo più anziano, mi informò che lui aspettava solamente una risposta affermativa alla vendita del plico antico, non so come ma sapeva che effettivamente ce l’avevo io. L’impiegata aveva pronto il bonifico bancario per la transazione…presi tempo e riattaccai.
Barricato dentro il negozio feci un profondo esame di coscienza che durò fino a tarda sera.
Ripensai a quando ero bambino, a nonno, papà, agli zii, alla famiglia, i sacrifici che avevano fatto per ricostruire il vecchio casolare, la cura di nonno nel custodire il suo tesoro in fondo al baule. Rividi me stesso da piccolo, i miei veri sentimenti, le mie paure, le mie certezze e le mie sicurezze dentro a quella casa. Quante giornate passate a giocare nel parco, gli amici e le amiche, le corse. In quel periodo il profumo delle torte di nonna si sentiva a chilometri di distanza, dolci e calde come il suo sorriso. Spesso avevo incolpato il mio passato di avermi rovinato il futuro, avevo vissuto sopra le righe, protetto, difeso da chissà cosa, così che poi la realtà mi era caduta addosso ogni giorno con violenza inaudita.
Analizzando il periodo di fortuna che stavo trascorrendo notai che tutto era iniziato dalla costruzione della baita in soffitta, dall’entusiasmo magico che aveva guidato le mie mani inesperte di neo - ingegnere edile. Fino ad ora mi era sembrato che il fumo fatato del camino di quella costruzione minuscola avesse guidato il mio destino sulla via del vero e del successo onesto, mondo da ogni subdolo accordo o compromesso. Come uno schiaffo in pieno viso mi accorsi che l’avidità mi aveva oscurato la mente e l’animo, arido come un deserto…
No, non potevo vendere la pergamena, era e sarebbe sempre stata il mio vero futuro, la mia stella polare, uno spirito guida. Ero stato un pazzo, un folle cieco, la fortuna ed il successo vero, quelli che danno anche la serenità si ottengono solo con animo puro, in pace con sé stessi, secondo principi di buon senso e responsabilità.
Una pergamena fragile, come il vetro della mia anima sanguinante avidità.
Il buio della notte ora mi risultava affascinante, la stanchezza della giornata tumultuosa si trasformava in gioia, in desiderio di rientrare a casa da vittorioso, mi sembrava di impazzire, o forse pazzo lo ero già a giudicare dalla mia assurda ilarità.
Come la sera della vigilia di natale, ove tutti rientrano frettolosi in casa, quando il camino scoppiettante scalda i saloni addobbati a festa e il fluido dell’amore trascina i cuori da un capo all’altro del pianeta, con la stessa sensazione mi fermai nel piazzale del casolare. Dalle vetrate colorate si scorgevano ombre rumorose di camerieri che apparecchiavano la tavola in salone, musica e note di ghironda, risate e trilli di usignoli, riflessi luminosi… la mia casa… la mia vera dimora… colma di amici, ospiti, sorrisi e risate composte…
“Ecco son tornato, scusate del ritardo mi unisco subito alla festa!”
I primi fiocchi di neve bagnarono il mio viso rigato dalle lacrime.
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