Nessuna categoria o classe sociale ha un’influenza sulla nostra vita così potente, inevitabile e insindacabile come quella medica. È vero, si potrebbe obiettare, che i rappresentanti del potere esecutivo e giudiziario rivestono un’autorità che consente loro di limitare in vario modo la nostra libertà personale e di condizionare anche pesantemente la nostra esistenza, ma la probabilità, per chiunque di noi, di subire un danno o una conseguenza negativa per opera di queste categorie professionali è assolutamente eccezionale.
Inoltre, si consideri che, salvo il raro caso dell’errore giudiziario, una condanna viene emessa a seguito di un comportamento illecito o criminoso, il quale dipende dal nostro libero arbitrio (o almeno così si ritiene comunemente). Per finire, almeno nei paesi considerati civili, la sanzione non dovrebbe mai spingersi fino a causare sofferenza fisica, né tantomeno la morte della persona.
La situazione è invece completamente diversa quando entriamo nel campo della salute, della malattia e della sofferenza. La malattia, l’infortunio, il trauma o il dolore in genere non sono, di solito, la conseguenza biologicamente determinata di un nostro comportamento non conforme a una qualche regola o norma, ma ci colpiscono senza che spesso ci si possa attribuire una qualsiasi “colpa” o responsabilità individuale neppure in termini di trascuratezza e disattenzione riguardo alla nostra salute. Eppure, niente assomiglia di più a una sentenza di condanna inappellabile come la diagnosi, che solo il medico è legittimato a formulare.
Ci si aspetterebbe, date queste considerazioni, che la cura delle malattie consista, in primo luogo, nella cura degli aspetti psicologici che l’accompagnano, nonché dello studio e dell’analisi di tutti gli elementi che, risalendo la catena causale, siano i principali responsabili della malattia e della sofferenza. Solo attraverso una visione così ampia e profonda dell’ambiente all’interno del quale interagiscono innumerevoli cause di malattia è possibile, realisticamente, costruire un sistema di cure volto, se non alla loro eliminazione, perlomeno alla loro previsione e prevenzione.
Questo risultato può prodursi solo attraverso un’opera che miri principalmente ad eliminare le condizioni a causa delle quali le malattie più facilmente possono manifestarsi. Tra queste condizioni, poche si riferiscono a fattori legati alla genetica e alla patologia organica. La maggior parte di esse sfugge al dominio di competenza medica, cioè della fisica meccanica e della biochimica, in quanto appartenente a un campo ben più vasto e complesso delle scienze umane. Solo in forza del contributo di queste ultime è possibile realizzare un’attività di educazione e di promozione della salute che limiti al massimo l’incidenza di quei fattori che causano o concorrono allo scatenarsi del fenomeno patologico.
Con tali premesse, sarebbe logico attendersi che, data per scontata la necessità della cura delle malattie e del dolore quando essi si sono già manifestati (o quando non siano prevedibili e prevenibili), gli sforzi e le risorse della società debbano essere in primo luogo diretti a eliminare le situazioni di disagio, di carenza e di potenziale pericolo per la salute.
La medicina, in altre parole, dovrebbe riconoscere i limiti delle proprie competenze e collaborare con le altre branche della scienza e altre discipline che si occupano del benessere dell’uomo, alla ricerca del modo migliore per soddisfare le diverse esigenze dei cittadini nell’ottica della salvaguardia della salute psicofisica.
Troppo spesso, invece, il soddisfacimento dei bisogni primari e una politica sociale dedita a garantire a tutti una vita rivolta alla ricerca del benessere, passano in secondo piano rispetto alle esigenze della cieca rincorsa al progresso tecnologico e alla produttività. Non ci sembra che la scienza medica, a differenza delle scienze umane, sia consapevole della necessità di mettere l’uomo, e non il suo organismo, al centro della sua azione. Di conseguenza, limitando il suo campo d’azione alla lotta delle malattie, essa finisca paradossalmente con il favorire comportamenti in contrasto con il concetto di salute, ovvero, la competizione e la lotta per l’accumulo di ricchezza e di beni materiali in genere, invece di azioni volte alla ricerca della piena realizzazione di sé. (continua)
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