Tale fu la meraviglia e l’interesse di Notovich, appena intuìto d’aver scoperto una “bomba”, che durante il suo soggiorno forzato nel monastero di Hemis, si mise a tradurre gli antichissimi rotoli dalla lingua tibetana, in quanto vi erano documentati gli spostamenti di Gesù in India e i suoi soggiorni nel Ladakh, prima di fermarsi nel Kashmir...
Attualmente a Leh sono conservati quaranta volumi del 1890; si tratta dei diari manoscritti dei missionari tedeschi Eranke e Marx, che registrarono con dovizia di particolari d’aver veduto i manoscritti di Notovich e soprattutto ne descrivono in maniera particolare il contenuto relativo alla sconvolgente storia di Gesù.
Ora c’è da chiedersi come mai questi diari, che puntano come una freccia alla traduzione dei papiri di Hemis e di conseguenza alla vita di Gesù in India, non siano mai giunti in Occidente. E c’è da domandarsi, soprattutto, quale timore indusse prima Notovich e poi (soprattutto) i due missionari, a lasciare al monastero i loro diari, mentre sarebbe stato logico portarli in Occidente, per sottoporre a Roma la loro straordinaria scoperta.
Dobbiamo ritenere che si sia trattato di una mossa precauzionale, che avrebbe potuto salvare le preziosissime prove da eventuali smarrimenti, incendi, furti o altri “incidenti” possibili, una volta giunte a Roma. Infatti, dopo il suo ritorno in Occidente, Notovich scrisse un libro che fu pubblicato nel 1894, in cui raccontò la sua scoperta e i tentativi del Vaticano d’impedirne la diffusione. Il libro conteneva anche la riproduzione dei manoscritti.
In un antico manoscritto del 180 d.C. intitolato “Maha-bha-vishyapurana”, è così descritto l’incontro del Maestro Gesù con il Rajà del Kashmir:
“Il Santo era di carnagione bianca e portava abiti bianchi. Il Rajà gli chiese chi fosse ed Egli rispose: ‘Sono conosciuto come il Figlio di Dio, nato da una vergine; sono seguace e predicatore della verità; per me dovettero soffrire i peccatori e anch’io soffrii per mano di essi; insegno all’umanità a servire Dio, che è nel centro del Sole e degli elementi; e Dio e il Sole esisteranno sempre’.”
Quanto sopra dovrebbe aver messo un po’ di luce nei cosiddetti “anni bui” di Gesù. Effettivamente sono bui solo in Occidente o per meglio dire, solo a Roma… e poiché è davvero molto difficile credere che la chiesa occidentale sia all’oscuro di quanto ho appena scritto (vista la relativa facilità con cui sarebbe possibile verificare), sono ragionevolmente propensa a pensare che ci troviamo davanti a un ennesimo cover-up.
Dalle successive investigazioni, sembra che tutta la storia di Gesù Cristo sia stata effettivamente rielaborata per essere lo scenario di un grande dramma.
Da quanto vedremo nelle prossime pagine, il Maestro era effettivamente una Creatura Divina, il Figlio di Dio (come ognuno di noi) consapevole (a differenza di noi) della sua missione, per cui aveva piena consapevolezza della Coscienza Cosmica e Universale che Jung definì “Inconscio Collettivo”.
Gesù descriveva se stesso “figlio dell’uomo”, per spiegare la sua incarnazione in un corpo fisico umano. Di sua madre parlava come di “una donna”, come infatti era stato. Il fatto che fosse una vergine, sottintendeva un concepimento senza unione fisica, come già per altri leggendari casi analoghi, da Horus a Confucio, da Vishnù a Sathya Sai Baba.
La parola indù “Avatar” significa proprio questo: incarnazione vivente di Dio; gli uomini hanno infatti bisogno di vedere con gli occhi fisici, toccare con le mani, sentire con le orecchie e testimoniare d’aver assistito ai miracoli, che in realtà sono solo il mezzo per credere. Il miracolo è solo il quadro, non il pittore! Ma senza vedere il miracolo, ben pochi sono disposti a riconoscere la santità dell’Avatar…
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