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ASPETTI LUDICI DELLA TRIPLICE CINTA
 
 
I luoghi delle Triplici Cinte   Brano tratto dal Libro
I luoghi delle Triplici Cinte in Italia
Alla ricerca di un simbolo sacro o di un gioco senza tempo?

AUTORI: M. Uberti e G. Coluzzi
PAGINE: 320
ILLUSTRAZIONI: 120 b/n
FORMATO:
15 X 21
ISBN: 978-88-89713-11-2
EURO: 19.00

CON INSERTO A COLORI
 
 
 
 
Aspetti ludici della Triplice Cinta
 
 

Il gioco del Filetto o del Mulino

Il triplice quadrato concentrico è noto alla stragrande maggioranza di persone – in tutto il mondo – per essere uno schema ludico, che fece il suo ingresso nella storia in epoca imprecisabile, ma quale zona geografica detiene l’invenzione del gioco? Sappiamo che i Romani vi giocavano e che Ovidio nel terzo libro della sua opera ‘Ars amatoria’ scrisse: «Parva tabella capit ternos utrimque lapillos in qua vicisse est continuasse suos», cioè “La piccola scacchiera riceve tre sassolini per parte / e vincere consiste nell’allineare i propri su di essa”.

Triplice CintaEgli si riferiva al più elementare schema di questo gioco, quello formato da un quadrato solo, tagliato da linee disposte in croce. Noi sappiamo oggi che va fatta una distinzione tra ‘filetto’ (costituito da due, tre o anche quattro quadrati concentrici) e il cosiddetto ‘tris’, che è più aderente alla descrizione di Ovidio, per comprendere il soggetto di cui – di volta in volta – parleremo o a cui ci riferiremo. Sarà capitato molte volte anche a chi legge di fare questo schema su un foglio, in viaggio, in casa o a scuola, nei momenti di pausa o per provare la propria abilità, sfidando i compagni di banco. Quando ancora si giocava nei cortili o nei vicoli (bei tempi!), lo si tracciava con il gesso sull’asfalto.

Il ‘filetto’ viene denominato con termini differenti, a seconda delle culture locali e quindi lo potete aver visto (o avervi giocato) chiamandolo Mulinello o Tavola da Mulino, Smerelli (in latino merellus significa pedina), Merler, Trex, Trija… Secondo l’enciclopedia virtuale Wikipedia, nei paesi anglosassoni si chiama Nine Men’s Morris; in Sudafrica (dove gode di una grande popolarità) si chiama Morabaraba o Moraba-raba; in India, Naukhadi; Molenspiel in tedesco e Jeu de Moulin in francese. Il termine ‘Filetto’ sarebbe quindi improprio da accostare al Tris, in cui lo scopo da raggiungere è comunque sempre lo stesso: infilare tre pedine (o altri contrassegni uguali) in ‘fila’ (verticale, orizzontale o diagonale). I giocatori sono due, ciascuno dotato di nove pezzi distinguibili da quelli dell’avversario (esempio uno li avrà di colore nero e l’altro bianco, come accade per il gioco della Dama) che inizialmente terrà fuori dallo schema di gioco. A turno, gli sfidanti apporranno la prima pedina su un punto qualsiasi della Tavola da gioco, all’incrocio delle linee di congiunzione dei tre quadrati concentrici o al vertice.

Procederanno così tenendo presente che dovranno pensare sia a ‘bloccare’ i tentativi avversari di fare ‘tris’ cioè di mettere tre pedine in fila, sia di metterle, invece, egli stesso. Se riuscirà a mettere tre pezzi contigui, in qualsiasi direzione consentita dallo schema, potrà togliere (mangiare) una pedina al suo avversario, che non potrà più reintrodurla. Il ‘tris’ realizzato è inoltre immune da qualsiasi altra mossa, cioè non potrà più essere eliminato. Le pedine si possono spostare seguendo regole precise: su un incrocio o vertice libero adiacente. Quando un giocatore rimane con solo tre pezzi, gli è consentito di muovere il proprio pezzo in qualsiasi posizione, anche non adiacente alla posizione di partenza. La vittoria l’avrà il giocatore che è riuscito a lasciare l’avversario con meno di tre pedine giocabili.

Come per quasi la totalità di soggetti a scopo ludico, anche questo ha diverse varianti, essendo noti schemi non costituiti da tre quadrati concentrici ma da quattro, o con segmenti diagonali e non quelli mediani, oppure entrambi. Inoltre è prevista la regola delle dodici pedine per ciascuno sfidante, che richiede più abilità strategica poiché la partita è giocata in una sola fase, che va quindi ben ponderata valutandTriplice Cintao minuziosamente le mosse dell’altro. Lo scopo è sempre di piazzare tutti i pezzi facendo in modo di allinearne tre contigui. Il primo che lo fa, vince. Una variante può essere anche considerata il gioco delle ‘nove fossette’ di antichissima memoria (se ne ritrovano su lastricati romani, ad esempio), in cui al posto del quadrato c’è un cerchio (anche più di un uno) suddiviso da tre linee interne, in modo da ricavarne otto ‘spicchi’5. Ciascuna estremità delle linee veniva contrassegnata da una ‘fossetta’ per un totale di otto fossette esterne al cerchio maggiore più una al centro del cerchio stesso. Le modalità di gioco erano simili a quelle della tavola da Mulino e lo scopo era realizzare una fila di tre pedine dello stesso colore, cioè fare ‘filetto’!

Abbiamo documentato l’ultimo schema per il gioco rimasto a Ungiasca, su una lastra del muretto in Piazza Monsignor Pagani, poco distante dalla chiesa. Esternamente si trovano quattro fossette (o coppelle) destinate ad alloggiare le ‘pedine’ da gioco. Oramai non è più possibile utilizzare il Tavoliere per il suo marcato deterioramento ma le ‘regole’ del gioco sono state tramandate dagli anziani del posto. In base ad esse si sa che occorrono venti pedine di pietra bianca (le pecore) e due pedine più grosse di pietra scura (i lupi) che le devono ‘insidiare’. Questi ultimi si possono spostare in ogni direzione (verticale, orizzontale e diagonale), una mossa alla volta e cercando di ‘mangiare’ le ‘pecore’ se le incontrano sul loro cammino (come accade alle pedine nella ‘dama’); le pecore possono spostarsi in laterale o in avanti. L’obiettivo è – per le pecorelle – di impossessarsi di un intero schema/recinto, cioè divenire padrone dell’ovile, ‘conquistando’ nove postazioni oppure spingendo i lupi in qualche angolo dove non possano più muoversi. In tal caso avranno la vittoria. Quando però i lupi riescono a ‘mangiare’ tante pecore da ridurle in numero inferiore al 9, vincono… Del tutto analogo è lo schema della versione inglese, chiamata ‘Fox and Geese’ (le volpi e le oche) ma è noto pure con innumerevoli altri termini, e con altri animali come ‘protagonisti’. Il re Edoardo IV (1461-1483) possedeva una tavola da gioco simile.

La sua origine più antica sembra però ravvisabile nella nordica, epica Saga di Grettis o di Grettir, scritta probabilmente da un monaco islandese alla fine del XIII secolo, attraverso la quale si sarebbe poi diffuso (con il fenomeno del monachesimo ‘itinerante’) in tutta Europa. Nello stesso periodo se ne può però riconoscere una variante in Spagna, denominata De Cercar la Liebre nel manoscritto di Alfonso X il Saggio, un vero e proprio manuale di giochi (Libro de los juegos) datato 1283. Una curiosa miniatura tratta da questo testo, mostra tra l’altro un grande tavoliere per il filetto in verticale (che parrebbe collocato su un supporto) che dà l’idea che fosse dotato di ‘binari’ in cui i giocatori, posti lateralmente, sembrerebbero far scorrere orizzontalmente delle apposite ‘bacchette’ dotate di segnalini scuri che avrebbero consentito di allinearli fino a realizzare il ‘tris’.

All’esterno di un’abitazione a Forgnengo, una frazione di Campiglia Cervo (BI), è addossata la cosiddetta ‘pietra dei tre giochi’: un filetto, il gioco dell’orso e uno schema simile a quello di Ungiasca. Del secondo, gli anziani ricordano di avervi giocato da ragazzi e proprio da uno di loro venne ricavata nel 1994, oralmente, la regola ‘ufficiale’ del gioco che venne presentato nel 1999 ad un congresso internazionale sui giochi con pedine, dallo studioso francese Thierry Depaulis, come il ‘gioco di immobilizzazione asimmetrico’ più originale del mondo8. Esso si interpone tra i modelli di gioco analoghi in uso nell’antichità (come quello graffito nel tempio di Apollo a Didyma in Turchia) e le Jeus des gendarme set du voleur (le guardie e il ladro) documentato nella regione francese di Soulogne alla metà del XX secolo.

Spostandoci in Friuli, a Tarcetta (UD), un piccolo borgo situato nelle Valli del Natisone, si apprende che popolarmente il ‘nostro’ Filetto è conosciuto come trija e la si trova incisa su una lunga lastra che è stata riutilizzata come ‘panchina’ e collocata all’esterno di una abitazione privata. Appare come un masso erratico poiché mancante di lavorazione e presenta i lati rozzi. L’aspetto è quadrangolare, con tratti perpendicolari e diagonali che si incrociano al centro (formando una X). Diversi altri graffiti si possono distinguere sulla stessa pietra: alcune croci e in particolare un riquadro in cui è nettamente visibile una data: 15 maggio 1867, che permetterebbe di osservare come questa incisione sia molto evidente rispetto alla trija, che appare più consunta. Da rilevare però che quest’ultima è più esposta alle intemperie e all’usura (è in orizzontale). A volte l’apparenza inganna, in quanto abbiamo le testimonianze di persone native che affermano che la trija è molto più recente della data riportata sul masso. Il prof. Antonio Specogna, ad esempio, nostra preziosa guida alla scoperta delle Triplici Cinte della Valle, conferma che – attorno agli anni ‘40 – ci fu un grande ‘recupero’ del gioco della trija e ha visto uno dei suoi compagni tracciare quel tavoliere per giocarvi. Ogni tanto riusciamo a svelare dunque dei ‘misteri’, e ci fa piacere perché si evita di fare inutili speculazioni in merito all’origine di un graffito, immaginandolo magari depositario di chissà quali significati segreti. Anche la vicina Antro mostra una proliferazione di trije. Il prof. Specogna, che conosce molto bene il territorio in cui è nato e vissuto, ricorda che “le bambine disegnavano col gesso la trija sulle pietre e vi giocavano sopra. Chi aveva la possibilità, la incideva con lo scalpello. Antro ne è piena perché era parrocchia e tutti vi si recavano la domenica per due, tre volte e in attesa delle celebrazioni liturgiche… si giocava”. Se in casi come quelli citati, il mistero è svelato, per altri – per ammissione del prof. Specogna stesso – esso rimane.

Da segnalare che anche nel piccolo borgo di Collodi Castello (LU) si trova una notevole concentrazione di ‘tavolieri’: 24 esemplari incisi sulla pavimentazione stradale nello spazio di poche decine di metri. In Trentino Alto-Adige è documentata una Triplice Cinta a Bressanone (Brixen), incisa sulla Tschötscher Heide. In questa zona è nota come Mühlerbrett, “tavola a mulino”. Fino a tempi recenti lo schema era usato (o forse lo è tuttora) per giocare con 9 sassolini di quarzo bianco e 9 di ardesia nera9.

Giocare sulla pietra è stato dunque un passatempo sicuramente molto sfruttato nei secoli, talvolta mantenendosi vivo nella memoria almeno fino a quando non sono arrivati i mezzi di comunicazione di massa e i giochi tecnologici, che hanno rivoluzionato le abitudini dei bambini, dei giovani e della maggior parte degli esseri umani. Tuttavia la presenza del ‘filetto’ sul retro di molte scacchiere (‘sfornate’ artigianalmente o industrialmente in legno o altro materiale) ne ha impedito il totale oblìo e ha permesso a molti – anche a chi scrive – di interrogarsi. Investigare la presenza del nostro ‘filetto’ in tanti ambiti diversi è dunque anche percorrere un viaggio nel nostro passato e nelle nostre radici. Senza dimenticare che attualmente il filetto appassiona ancora in sfide e tornei a più livelli, confermandosi un ludus vivo e vegeto.

 
 

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