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STREGHE, MAGHI, DIAVOLI E SPETTRI

 
La ricerca della Pietra Filosofale  

Brano tratto dal libro
La Ricerca della Pietra Filosofale
Itinerari iniziatici nell'Italia del mistero
Alla scoperta della conoscenza divina, segreta e iniziatica, delle verità velate, dei luoghi più misteriosi e ignoti d’Italia.

AUTORE: Giorgio Pastore
PAGINE: 300
ILLUSTRAZIONI: 110 b/n
FORMATO: 16 X 23
ISBN: 978-88-89713-12-9
EURO: 21.00
CON INSERTO A COLORI
 
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Streghe in Italia
 

Molte donne, nel medioevo e anche dopo, vennero definite “streghe”, spesso in modo improprio. Alcune di loro svolgevano effettivamente rituali neo-pagani, curavano con le erbe, dicevano di saper predire il futuro e scagliare malefici. Altre invece erano povere innocenti, additate come maghe da chivoleva loro male. In ogni caso, queste donne furono perseguitate e, in molti casi, condannate a morte. Ciò avveniva anche in Italia, specialmente in quelle zone di periferia e di campagna, dove il paganesimo era duro a morire e il cristianesimo aveva attecchito meno. Le cosiddette streghe, in certi casi, adoravano la dea Diana, Erodiade, Holda, Petcha, Arada o Aradia.
Le zone più interessate dal fenomeno in Italia erano le valli alpine e la Pianura padana, ma esistevano streghe e maghi un po’ ovunque. Il rituale delle streghe prevedeva un volo notturno (mediante un balsamo magico), l’incontro in un luogo isolato o sotterraneo, iniziatico per eccellenza, e delle danze estatiche. I Siciliani credevano che ogni giovedì le seguaci di Diana abbandonassero il loro corpo nel letto per intraprendere voli notturni insieme ad altre streghe, danzare e far festa con le anime dei morti.
La stregoneria era considerata in passato come la vera religione, quella più antica, di cui Diana era la divinità principale, creatrice del mSabba di stregheondo, sorella di Lucifero; mentre sua figlia Aradia, venerata soprattutto in Toscana e in Romagna, era il messia. La dea notturna era anche la dea dei serpenti, ovvero, della conoscenza, segreta e rituale. Ella, secondo la tradizione, aveva per messaggeri i folletti, come la regina delle fate irlandesi. Diana e Aradia, dee delle streghe tosco-romagnole e non solo, erano considerate creatrici dell’universo e avevano il potere di conferire poteri magici ai loro adepti mediante i rituali orgiastici e iniziatici in genere. Diana generò quindi le streghe, ma anche le fate e i folletti. Aradia, sua figlia, era nata dall’unione di Diana con suo fratello Lucifero. Ritroviamo un tema comune a più culture del mondo antico. Nella mitologia egizia, ad esempio, troviamo Horus, figlio di Osiride e di sua sorella Iside; così come Mordred nei racconti del ciclo bretone è figlio di Morgana e di suo fratello Artù. Tale abitudine, di sposarsi tra fratelli, era viva anche presso i sovrani Inca del Perù e non solo, prevalentemente con lo scopo di mantenere puro il sangue regale. In ogni caso, queste storie vogliono mettere in evidenza la diffusione del fenomeno endogamico, caratteristica sostanziale delle famiglie nobili e regali del mondo antico.
La dea delle streghe era anche la loro regina. A lei si rivolgevano in alcuni casi uomini e donne del passato, per ottenere favori e buoni raccolti. Nel medioevo questa credenza nella magia e nelle superstizioni era molto viva. Per questo, al posto di recarsi in chiesa, si preferiva confezionare talismani, amuleti e corni serpentini. L’inquisizione non tollerava questi comportamenti dal sapore così pagano, per questo perseguitò donne e uomini, per molti secoli. Dal medioevo al XVIII secolo vennero uccise milioni di streghe, in tutta Europa e anche in Italia.

Benevento ad esempio era famosa per i sabba, incontri notturni tra streghe e demoni, i quali potevano dare vita a delle orge rituali, con lo scopo di produrre energia sessuale. Si celebravano sabba in tutta Europa. Si riteneva che si svolgessero regolarmente il 31 ottobre (in occasione della festa pagana di Samhain), il 3 aprile (nella Notte di Valpurga), nella Candelora del 2 febbraio, il 23 giugno (vigilia di San Giovanni), il 1° agosto (festa del raccolto) e il 21 dicembre (San Tommaso), ma forse erano più frequenti.
Non sappiamo che cosa avvenisse realmente durante questi incontri, ma è probabile che il cristianesimo, per una ragione o per un’altra, abbia visto il diavolo anche dove non c’era. Quel che sappiamo di certo è che a Benevento ancora nel medioevo si celebravano riti risalenti al periodo dei Longobardi. Nella valle del Fiume Sabato doveva sorgere l’albero di noci che quell’antico popolo utilizzava per i loro riti pagani, e attorno a cui le streghe medievali svolgevano i loro sabba. Da ciò sarebbe derivato il nome del suddetto fiume. Le streghe affluivano qui da ogni regione, accompagnate dal loro demone, Martino (chiamato anche Martinello o Martinetto). Attorno al grande noce «si svolgevano le loro orge, presiedute da Belzebù in forma di caprone».
Streghe e demoni campani sarebbero custodi di grandi tesori. Il diavolo in persona sorveglierebbe il tesoro nascosto nei sotterranei dell’Isola di Capri (Na), ai quali si accederebbe tramite alcune delle numerose grotte presenti sull’isola. Ricordiamo anche la Fossa delle Streghe di Cerreto Sannita (Bn), dove vennero cacciati i diavoli dopo essere stati sconfitti da San Michele. Streghe e demoni si incontravano ogni venerdì, sul piazzale che precede la Grotta della Leonessa. E ogni venerdì notte, le streghe si incontravano anche nel centro del rione Mercatello, a Montoro (Av). Nella stessa città sorge un castello. Tra le sue mura si troverebbe nascosto un altro tesoro, sorvegliato ancora una volta dal diavolo.
Il noce delle janare (le Streghe di Benevento) sul quale era stato deposto un serpente d’oro, simbolo di Conoscenza e di vita eterna, venne estirpato da San Barbato, vescovo della città nel VII secolo d.C. Tuttavia, le streghe continuarono a riunirsi e a celebrare le loro feste attorno ad altri alberi, almeno fino al XVII secolo. D’altronde, la città fu sempre legata in qualche modo alla magia, tant’è che il suo nome in origine era Maleventum (forse da malìa, ovvero, “magia”). Furono i Romani a ribattezzarla Beneventum, in seguito della loro vittoria contro Pirro, nel 275 a.C. I processi condotti dal Sant’Uffizio a Benevento durarono fino al XVII secolo, se non oltre. Le streghe inquisite furono centinaia molte delle quali condannate a morte.

Risalendo la penisola, ci imbattiamo in Triora (Im), la città delle streghe (dal latino: tria ora – “tre bocche”, in riferimento a Cerbero, il mostruoso cane a tre teste che secondo la tradizione starebbe a guardia dell’inferno). Ancora oggi sono presenti nell’antico borgo tracce di ciò che avvenne nel XVI secolo.
Nel 1587 la zona di Valle Argentina venne colpita da una tremenda carestia. Subito si incolparono le streghe o, meglio, tutte quelle donne incolpate di esserlo. Indotte dall’inquisitore di Genova e dai suoi vicari, molte persone iniziarono a denunciarne altre, e iniziarono i processi e le condanne a morte. Alcune persone, tra cui anche degli uomini, finiranno per morire in carcere, per via della fame, delle scarse condizioni igieniche e soprattutto a causa delle terribili torture a cui erano sottoposte. Altre, condannate a morte, furono impiccate, bruciate, affogate e soffocate dalla garrota.
Risulta difficile stimare il numero esatto delle vittime di Triora, ma furono molte. Tant’è che ancora oggi si ricordano. Nel Museo Etnografico e della Stregoneria vi è una sezione dedicata alle bàzure (chiamate anche baggiure o bàgiue), le streghe dell’alta Valle Argentina.
In una piazzetta del borgo di Triora sorge un monumento alle streghe: una donna vestita da contadina davanti a un grosso pentolone di bronzo è intenta a preparare chissà quale filtro magico.
Del carcere nel quale vennero rinchiuse le bàzure non ne rimane più niente. La chiesa della città, come spesso accadeva, venne costruita secoli or sono sui resti di un antico tempio pagano, di cui sopravvivono ancora oggi interessanti resti. Antichi documenti ci informano che Triora era un importante centro cultuale già al tempo dei Romani. Ancora una volta ci troviamo di fronte a un paganesimo di montagna, che la cristianizzazione ha soltanto sfiorato permettendone la sopravvivenza nei secoli. Il suggestivo borgo di Triora e la vallata circostante hanno la capacità di riportarci indietro nel tempo, e farci assaporare tutta la magia del luogo e il fascino del mistero.

Brescia, il Tonale e la Valcamonica nel XVI sembrano essere state anch’esse zone frequentate dagli eretici, e lo rimarranno anche negli anni seguenti (come ci dimostra lo storico lombardo Cesare Cantù nel Sacro macello di Valtellina). Proprio in Valcamonica, a Nave (Bs) per l’esattezza, visse e nel 1518 morì sul rogo Benvegnuda, detta “Pincinella”, definita “strega” dalle autorità del tempo. Dalla testimonianza di donna Pasquina, una delle tante chiamate a deporre nel processo, apprendiamo in che cosa consistesse la “magia” di Pincinella. Quando l’inquisitore le chiese se conoscesse l’imputata, donna Pasquina rispose di sì: l’aveva vista più volte mentre medicava alcune inferme; anche sua madre, disse la testimone, aveva ricevuto le cure di Pincinella. Quest’ultima diede ai suoi malati molti rimedi. Donna Pasquina raccontò all’inquisitore il metodo utilizzato dalla “strega” per capire di quale male soffrivano le persone che andava a curare: «Ella teneva una stringa in mano de l’infermo ed guardando questa stringa ella sapeva dir la infermità sua». Essendo ammalata sua madre, donna Pasquina andò «a casa de ditta Benvegnuda et lì portò una stringa, e quella tenendo per i fereti cominciò a tremare, et lei disse l’ha tal mal, li dè il rimedio e guarì. [E fece ciò] per carità et zelo de la santa fede». Tuttavia, anche se Benvegnuda detta Pincinella non era malvagia, si ritrovò a morire sul rogo, così come molte altre streghe, per volere della Chiesa. Perché anche se curava la gente lo faceva con metodi che noi, oggigiorno, diremmo alternativi, non convenzionali. Venne arsa viva a Brescia, in Piazza Loggia, ai piedi della colonna sulla quale si erge il leone di San Marco, assieme ad altre sette donne. Sarebbe passata inosservata così come tante altre sfortunate come lei, se Marin Sanudo il Giovane non avesse riportato gli atti del processo nei suoi diari.
Quello di Pincinella è un caso emblematico, ma non è l’unico. Furono molte le donne che morirono per mano dell’inquisizione, non solo in quelle zone d’Italia e non solo in quegli anni. La follia dell’uomo perdurò ancora a lungo, tant’è che l’ultima condanna per stregoneria in Europa si ebbe il 13 giugno 1782 in Svizzera, a Glarona. Ne fu vittima Anna Goeldi. Venne decapitata in piazza dopo essere stata sottoposta a una serie di strazianti interrogatori e torture. Inutile dire che la povera donna era innocente.

 
 

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