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SERMONETA: l'Abbazia di Valvisciolo e il centro storico
 
 
Lazio - I luoghi del mistero   Brano tratto dal libro
Lazio: i luoghi del mistero e dell'insolito

AUTORI: D. Cortiglia e L. Bellincioni
PAGINE: 208
ILLUSTRAZIONI: 330 a colori
FORMATO:
15 X 21
ISBN: 88-89713-02-X
EURO: 19.00

INTERAMENTE A COLORI
 
 
 
 
 

Il territorio di Sermoneta, splendido borgo medievale alle pendici dei Monti Lepini, dominato dal Castello dei Caetani e circondato da boschi e uliveti, custodisce forse le tracce maggiori nel Lazio non soltanto della presenza dei templari, ma anche della loro complessa dottrina misteriosofica. Ne sarebbero espressione i numerosi simboli riscontrabili nei suoi più importanti edifici sacri, quasi sempre caratterizzati da un’evidente impronta cistercense: ordine, questo, notoriamente legato ai misteriosi monaci-cavalieri (v. Introduzione). In particolare, è davvero curioso notare quanto qui sia l’elevata quantità di esemplari di “Triplice Cinta”, rilevabili (ed in forme abbastanza varie) nell’Abbazia di Valvisciolo (ove, come vedremo di seguito, è presente addirittura anche un “Sator”), nella Cattedrale di Santa Maria Assunta, nella chiesa di San Michele Arcangelo e in molti angoli dello stesso centro storico. Simbolo dalle origini remote e di derivazione celtica, sul cui significato si è sempre discusso ed ancora si discute, pare che i templari se ne servissero per “contrassegnare” i luoghi ai quali conferivano un’eccezionale valenza sacra e tellurica, selezionati secondo occulte conoscenze sulle energie della Natura.
Ad ogni modo, il corpus iconografico custodito da Sermoneta e dai suoi dintorni è assolutamente eccezionale: accanto alle triplici cinte, al Sator, e alle numerosissime “croci patenti”, esso comprende – come vedremo – altri simboli rari e significativi come il “Centro Sacro”, la “Stella a Cinque Punte”, il “Nodo di Salomone” e la “Tau”. Tutto ciò proverebbe la funzione di Sermoneta quale vera e propria “roccaforte templare”, e costituirebbe, allo stesso tempo, un’ulteriore conferma del profondo vincolo (sociale e spirituale insieme) che doveva stringere l’Ordine del Tempio all’area lepina (v. Norma, Priverno e Bassiano).

L'Abbazia di Valvisciolo

Posta su un poggiolo ai piedi del Monte Corvino e dedicata al protomartire Santo Stefano, l’Abbazia di Valvisciolo è tra i monumenti italiani che conservano le tracce più evidenti e misteriose del passaggio dei templari. Secondo la tradizione, il compAbbazia di Valvisciololesso, caratterizzato dall’austero stile gotico-cistercense, fu fondato nel VIII secolo dai monaci greci basiliani di San Nilo, attivi già a Grottaferrata. Nella seconda metà del XII secolo assunse il nome di “Valvisciolo” in seguito all’abbandono, da parte di alcuni monaci cistercensi, dell’omonimo monastero presso Carpineto Romano, di cui oggi rimangono poche rovine. I cistercensi, che tuttora abitano l’abbazia, operarono al tempo sostanziali modifiche alla sua struttura originaria, conferendogli l’aspetto attuale, con l’interno della chiesa senza transetto e a tre navate, divise da larghi archi a sesto acuto e volte a crociera.
E’ certo, tuttavia, che anche i templari vi s’insediarono per un certo periodo, forse a cavallo tra XIII e XIV secolo, come è provato sia dalla croce templare scolpita sulla sinistra nell’oculo centrale del bel rosone (peraltro quasi sicuramente postumo alla costruzione cistercense), sia da altre numerose e suggestive tracce, assai meno note, che in questa sede tenteremo di affrontare sistematicamente.

L’architrave spezzato
Uno degli spunti più singolari, per l’appassionato della storia templare, è senza dubbio dato, a Valvisciolo, dal portale della chiesa. Esso, infatti, presenta una crepa sulla sinistra dell’architrave, in accordo con una celebre credenza diffusasi nel XIV secolo, successivamenAbbazia di Valvisciolote all’atroce persecuzione dell’ordine condotta dal re di Francia Filippo il Bello, desideroso di accaparrarsi i suoi immensi tesori. Secondo questa leggenda, allorquando, il 18 marzo del 1314, venne messo al rogo l’ultimo Gran Maestro Jacques de Molay, gli architravi di tutte le chiese templari si spezzarono. Una testimonianza senz’altro affascinante, pur fiabesca, che va a sommarsi a quella, ben più concreta, della croce nel rosone. Da notare, a proposito, che altre croci templari sono rilevabili sul primo gradone del pavimento della chiesa e nel soffitto del chiostro.

Il chiostro e le triplici cinte
Il chiostro di Valvisciolo è uno dei più belli ed eleganti nell’ambito dell’architettura cistercense nel Lazio. Completamente in pietra ed ornato da fiori e piante rampicanti, offre immediatamente, appena vi si entra, una piena immersione nell’atmosfera medievale. Sui muretti di sostegno delle colonnine binate sono presenti, similmente al chiostro dell’Abbazia di Fossanova (v. Priverno), vari simboli, tra cui almeno due “triplici cinte”.

La Sala Capitolare e il “Nodo Templare”
Un ennesimo ambiente dell’abbazia in cui possiamo riscontrare simboli e segni interessanti a ricostruire la presenza templare a Valvisciolo è la Sala Capitolare. La sua struttura, che nell’estetica ricalca gli stilemi tipici dell’arte gotico-cistercense, coincide in larga parte con quella delle sale capitolari dei templari, distinguibile dalla disposizione ad Oriente del punto Abbazia di Valviscioloove durante il Capitolo sedeva il Gran Maestro (o il dignitario più alto in carica della zona) e dalla ripartizione del pavimento secondo la gerarchia esistente tra gli appartenenti all’ordine. Anche qui ammiriamo alcuni simboli degni di nota: al centro delle volte a crociera è infatti inciso il cosiddetto “Nodo di Salomone” (o “Nodo templare”), metafora del cammino esoterico verso la conoscenza di sé e verso la Verità, mentre sul soffitto del chiostro, proprio di fronte all’entrata della sala, si può notare una “Stella Polare” ad otto punte, raffigurazione alchemica dell’origine spirituale del mondo. C’è da dire che purtroppo il “nodo templare” versa in grave pericolo ed è destinato a scomparire, poiché la sala è tuttora soggetta ad uno scellerato e ridicolo restauro che (qui come in molti altri luoghi) sta completamente ricoprendo d’intonaco la pietra viva delle pareti e delle volte.

Un esemplare di Sator unico al mondo
Tra tutti i simboli presenti nei vari locali dell’abbazia, è senza dubbio il Sator quello più rilevante. Si trova graffito in minuscole dimensioni (sui resti dell’antico intonaco) sul lato occidentale del chiostro, subito sulla destra per chi entra dal corridoio d’ingresso accanto alla chiesa. Il Sator di Valvisciolo costituisce un esemplare unico al mondo, giacché in esso al crittogramma è unita la simbologia delle linee concentriche (curve o rette), propria dei misteriosi “reticoli celtici”. Una particolarità, questa, che dunque parrebbe idealmente attestare il legame tra la Triplice Cinta e il Sator. Le lettere iniziali delle parole che formano il testo del celebre “quadrato magico”, «SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS» qui sono infatti inserite in un cerchio suddiviso da cinque anelli concentrici e da una sorta di stella a cinque punte, che a sua volta delimita un settore per ogni parola. Attorno all’iscrizione, sono inoltre visibili enigmatiche scritte in antichi caratteri onciali ed altri accenni di segni simili (un cerchio più piccolo). E’ interessante infine notare come sulla stessa parete ove è graffito il Sator siano presenti (qualche metro sulla sinistra e sempre su tracce d’intonaco) numerosi esempi di “Nodo di Salomone” e persino un Centro Sacro (o Omphalos) in una variante “complessa” ed “insolita” (al posto del quadrato si vede un rettangolo con sviluppo verticale, formato da venti piccoli quadrati semplici e con rette oblique interne tracciate in maniera piuttosto irregolare). L’Omphalos, ritenuto affine alla triplice cinta ma più raro, rappresenta la metafora dei valori di “giustizia” e di “equilibrio”, che, nell’ambito della dottrina misteriosofica templare, costituivano acquisizioni fondamentali lungo il cammino di auto-perfezionamento e di conoscenza di sé.
L’Abbazia di Valvisciolo conserva dunque un vero e proprio “campionario” di quella simbologia sacra che è comunemente ricondotta all’Ordine del Tempio. Tuttavia, la qualità spesso abbastanza approssimativa della maggior parte dei simboli rilevabili, la loro evidente non-monumentalità (e cioè il fatto che tali segni non siano elementi “progettati” nel contesto dell’Abbazia, fatta eccezione ovviamente per la “Stella Polare” e i “Nodi di Salomone” della Sala Capitolare), e anzi la sensazione che siano stati tracciati quasi di nascosto (lo testimoniano quelli incompleti), fanno pensare o ad un messaggio metaforico (oggi andato perduto), diffuso nella devozione di pellegrini in una situazione di analfabetismo generalizzato, oppure ancora, e più plausibilmente, ad una sorta di «codice segreto» (Anna Giacomini) pertinente alla volontà di alcuni visitatori di lasciare la traccia di un sapere riservato a pochi “eletti”. Qualunque sia la verità, non si può tuttavia attribuire con certezza il Sator e gli altri simboli di Valvisciolo al periodo di frequentazione templare di questi luoghi, vale a dire, approssimativamente, tra il XII e il XIII secolo: la loro paternità rimane tutt’oggi sconosciuta.

La leggenda del tesoro dei templari
Ma i misteri non finiscono qui. Una leggenda narra che nell’Abbazia di Valvisciolo sia addirittura nascosta una parte del favoloso tesoro dei templari. Si narra che nell’ottobre del 1308, in seguito ai primi arresti in Francia da parte di Filippo il Bello, molti cavalieri dell’ordine scampati alla cattura fuggirono in varie direzioni per nascondere, in qualche luogo sicuro, favolose ricchezze e documenti (od oggetti) attestanti conoscenze segrete ed arcane. Secondo questa leggenda, i templari sarebbero giunti in Italia e nel Lazio, e non potendo allora contare sull’appoggio del Papa Clemente V, avrebbero fatto sosta in alcuni villaggi o centri monastici di fiducia, per celare il prezioso carico dei loro carri: e, con la vicina Ninfa, uno di essi era proprio l’Abbazia di Valvisciolo.
Ad ogni modo, sebbene l’esistenza di un tesoro templare a Valvisciolo non sia mai stata supportata da alcuna prova storica né archeologica, c’è chi ha visto nella stessa struttura dell’abbazia un elemento in favore dell’ardita ipotesi: tra la chiesa e il chiostro sono difatti presenti contrafforti stretti e vuoti e sostanzialmente inutili, poiché, essendo separati dalla chiesa da un corridoio, non hanno la funzione di sorreggere l’interno. I sostenitori della leggenda asseriscono che in realtà queste insolite mura formino cunicoli collegati con i sotterranei del complesso. Intuizione certamente interessante, che però non può essere verificata in quanto i monaci cistercensi non permettono di visitare né i cunicoli dei contrafforti né, tanto meno, i sotterranei dell’abbazia.

La Cattedrale di Santa Maria Assunta e la Chiesa di San Michele Arcangelo

Anche le chiese del borgo di Sermoneta serbano i segni della presenza templare. Ed è innanzitutto la Cattedrale di Santa Maria Assunta, eretta in stile romanico prima del X secolo sulle rovine di un tempio romano dedicato alla dea Cibele, quella che più sembra riassumerli. A pianta basilicale che la ristrutturarono in forme gotiche, con chiari riferimenti cistercensi (che la ristrutturarono nel XII secolo), la chiesa si distingue per l’angusto portico gotico e per lo snello e bellissimo campanile romanico in pietra e mattoncini (“decapitato” nel Cinquecento da un fulmine). L’interno, a tre navate con volte a crociera, custodisce molte opere d’arte, tra cui due acquasantiere, una medievale e l’altra rinascimentale, un coro ligneo settecentesco, il crocifisso barocco dell’edicola dell’altare e quello medievale di una delle cappelle laterali e diversi affreschi (notevoli Sermonetaquelli quattrocenteschi di Benozzo Gozzoli nella Cappella De Marchis). Nella chiesa, scura e poco illuminata, si respira un’atmosfera tetra e drammatica: inquietante, in particolare, è l’affresco, seminascosto e molto deteriorato, dipinto a destra sulla parete interna della facciata, che raffigura in maniera terribile i sette vizi capitali, con una scena non priva di elementi macabri e surreali.
Riguardo ai simboli templari, spiccano le numerosi croci patenti incise sulle pietre della Cattedrale e delle abitazioni circostanti, che danno la sensazione di un vero e proprio “quartiere templare”. Limitandoci alla chiesa, sul campanile sono due esemplari di “croce patente” templare, una delle quali forma una “triade” assieme ad altre due croci, meno “classiche” ma attribuibili comunque all’Ordine del Tempio. Inoltre, una terza “croce patente” è incisa sul portale interno dell’edificio in rovina proprio di fronte all’entrata della chiesa, mentre una quarta, la meglio conservata e la più eloquente, si trova sull’unica parete laterale visibile della chiesa. Accanto alle croci templari è poi da segnalare la presenza di almeno cinque triplici cinte, tre delle quali, molto consumate, si possono appena scorgere sui gradini del portico, mentre una quarta, mozzata a metà, è incisa a sinistra sul gradino del portale minore della chiesa, semi-nascosta sotto il portone di legno; un ultimo “reticolo” – citato dal Cordier nella Guida ai luoghi misteriosi d’Italia – si trova graffito sopra una pietra del giardino della sagrestia (chiusa però al pubblico). Se all’interno (sulla prima colonna a destra della chiesa) è invece presente una Tau (simbolo di derivazione ebraica notoriamente usato sia da San Francesco che dai templari), sempre all’esterno, sullo stipite (interno) destro del portale principale, è visibile addirittura un “Centro Sacro”, nella sua variante “semplice” (un quadrato nel quale sono iscritti otto raggi, che formano al suo interno due croci greche), contornato peraltro da croci di vario tipo (tra cui, naturalmente, quella templare). Senza dubbio, la presenza di una grande quantità di “triplici cinte” e del “Centro Sacro”, e il fatto che almeno tre “croci patenti” siano perfettamente inserite nell’architettura dell’edificio, non possono non far pensare ad una vera e propria chiesa templare.
Dopo la SermonetaCattedrale, altro monumento non meno interessante è la chiesetta di San Michele Arcangelo (o di Sant’Angelo), che sorge nel cuore medievale del paese, di fronte ad una splendida casa torre, oggi adibita ad albergo. L’edificio sacro, sorto forse sui resti di un antichissimo tempio dove era venerata la dea Maia, e le cui origini risalgono probabilmente al XI secolo (l’aspetto gotico è riconducibile alla seconda metà del XII secolo), presenta un piccolo portico molto malmesso ed è caratterizzata da una pianta asimmetrica. All’interno, a tre anguste navate e con soffitto a volte a crociera, si conservano un organo settecentesco, un battistero seicentesco ed un affresco che raffigura la Crocifissione. Nella sottostante cripta si ammirano affreschi del XV secolo. Anche qui è ovviamente presente una “triplice cinta”, ben evidente su uno dei gradini d’accesso, mentre molti degli edifici civili limitrofi recano incise sui propri portali “croci templari”.

Centro storico: triplici cinte e altri simboli templari

Come già detto, nel centro storico di Sermoneta (in Via Marconi, su Corso Garibaldi e sul gradino della Chiesa dell’Annunziata) si possono riscontrare numerosissimi esemplari della “triplice cinta”. Tali “reticoli” si trovano in una quantità che nel Lazio ha eguali soltanto ad Alatri (v.), non a caso altro luogo simbolico legato a misteri e leggende. Coincidenza che parrebbe, ancora una volta, confutare l’ipotesi della funzione ludica del simbolo “del filetto”. Perché, viene da chiedersi, questi graffiti coSermonetampaiono in numero così elevato in siti aventi caratteristiche storiche o artistiche simili? Sermoneta ed Alatri (ma anche Priverno e Veroli, v.), infatti, oltre alla relativa vicinanza geografica, presentano delle singolari similitudini sulle quali occorre riflettere brevemente:
- entrambi i centri conservano monumenti di stile cistercense e di origine compresa tra il XII e il XIII secolo (in cui si può rilevare l’intervento diretto di maestranze francesi), e sopra le cui pietre sono visibili appunto le triplici cinte o altri simboli legati al “quadrato” (si pensi al rosone di Santa Maria Maggiore ad Alatri);
- sia presso Sermoneta che presso Alatri si trova un esemplare di Sator, rispettivamente nell’Abbazia di Valvisciolo, e nella Certosa di Trisulti (v. Collepardo);
- nell’uno e nell’altro borgo medievale sono visibili triplici cinte e croci templari anche su edifici civili e privati;
- ambedue le cittadine sorgono in aree o siti fortificati in epoca pre-romana secondo l’opera megalitica e poligonale: se infatti Alatri è famosissima per la sua straordinaria acropoli, Sermoneta (le cui origini quale antichissimo insediamento volsco, la leggendaria Sulmo, sono ancora oggi incerte) è sita a pochi chilometri dalle rovine di Norba (v. Norma).
Simili riflessioni, dunque, accrediterebbero la diretta connessione tra il simbolo della “Triplice Cinta” (ma anche del “Centro Sacro”) e quello del “Sator”, sia come testimonianze della presenza templare sia come segno della sacralità conferita a determinati luoghi, forse in stretta consequenzialità con miti arcaici, come ad esempio quello di Saturno e dei Pelasgi (v. Introduzione), oppure come tappe di una conoscenza interiore, da acquisire attraverso veri e propri “pellegrinaggi esoterici”. Una connessione testimoniata pure, come del resto abbiamo già potuto constatare, dallo stesso Sator di Valvisciolo.
Accanto alle “triplici cinte”, però, è fondamentale ricordare la presenza a Sermoneta di altri segni importanti e ricorrenti nella simbologia templare, primo fra tutti l’Omphalos, che, dopo gli esemplari della Cattedrale e di Valvisciolo, si ritrova anche sul portale di una casa di Via delle Scalette: in tutto tre. E non basta: su alcuni gradini dell’antico selciato del vicolo principale che conduce alla chiesetta si San Michele Arcangelo sono scolpite alcune piccole “stelle a cinque punte”, simbolo la cui interpretazione è sempre stata oggetto di discussione. Il “pentagramma” trae le proprie origini probabilmente dalla filosofia pitagorica, quale metafora dell’armonia tra il corpo e l’anima avente significato mistico di perfezione. Nel tempo, tuttavia, questo simbolo, via via presentato attraverso differenti nomi (“pentalfa sacro”, “pentacolo”, “stella fiammeggiante”, ecc.), è stato attribuito ora alla stregoneria, ora all’alchimia, ora persino alla massoneria. E’ noto, del resto, come la stella a cinque punte sia uno dei simboli massonici per eccellenza e come parte delle tradizioni esoteriche della Massoneria abbiano una derivazione pitagorica. Nondimeno, questo simbolo si ritrova pure tra le decorazioni usate dai templari, e di conseguenza - se accettiamo la “paternità massonica” di tali incisioni a Sermoneta - potrebbe essere ascritto quale esile ma significativa prova di un continuum storico tra Ordine del Tempio e Massoneria, soprattutto nei luoghi che vedono un’intensa presenza cistercense: un intreccio che nell’Abbazia di Casamari, presso Veroli (v.), pare trovare ulteriore ed eminente conferma.

Il Convento di San Francesco

Un ultimo luogo interessante su cui vale la pena di soffermarsi è il convento di San Francesco, che si trova a meno di un chilometro dal paese e si raggiunge percorrendo la panoramica Via San Francesco. Il complesso monastico, che affianca il cimitero retrostante, nacque nel XII secolo come fortilizio dei templari, i quali vi rimasero sino al 1312. Dopo la soppressione dell’ordine subentrarono i cosiddetti “Fraticelli Francescani”, eremiti che osservavano un’interpretazione ortodossa della dottrina del “Poverello d’Assisi”, e che, com’è noto, trovarono rifugio anche a Bassiano (v.), nella misteriosa Grotta di Selvascura. Presto, però, i fraticelli subirono feroci persecuzioni e lasciarono il convento, che nel 1495 fu donato da papa Alessandro VI ai frati Minori Osservanti. A questa data risale peraltro l’enorme leccio secolare davanti la chiesa, piantato proprio per volere del Pontefice in occasione della donazione. Un secolo dopo, il convento passò ai frati riformati detti “Zoccolanti”, che sarebbero rimasti fino al 1873.
E’ curioso notare come, nonostante l’origine templare dell’edificio, siano visibili, sulle colonne del portico d’ingresso, due croci dei Cavalieri di Malta, i “diavoli neri” degli arabi nelle Crociate. Nella storiografia, il rapporto tra i due ordini è assai discusso: c’è chi ne afferma la reciproca rivalità e per molti versi ostilità; altri invece ne sostengono la continuità, per cui i Cavalieri di Malta (nati nel XI secolo e ancor oggi esistenti) avrebbero ereditato dai templari conoscenze e ricchezze straordinarie.

Le chiese della Madonna delle Grazie e di Santa Maria del Monte

Uscendo dal paese per la graziosa Via delle Grazie, bordata da ulivi e grotticelle, si possono ammirare due ruderi interessanti. Dapprima incontriamo la cinquecentesca chiesa della Madonna delle Grazie, in attesa di restauro ed oggi opportunamente “sigillata” dopo il ripetersi di vandalismi: fino a pochi anni fa si potevano tristemente scorgere al suo interno tombe divelte e pattume lasciato da balordi.
Poco Sermonetapiù avanti, invece, si trova la suggestiva chiesa di Santa Maria del Monte, riconoscibile poiché squarciata in due. Eretta probabilmente nel Trecento ma ormai di difficile lettura architettonica, in origine dovette essere bellissima. Oltre alla nuda facciata, puntellata da travi, si è mantenuta soltanto quella che con ogni probabilità era la sua abside: a pianta ottagonale, ricorda la struttura di un battistero e rimanda il pensiero all’importanza conferita al numero “otto” dalla filosofia templare e cistercense. All’interno (pericolante e in cui si sconsiglia vivamente di addentrarsi), sui brandelli del vecchio intonaco, si vedono numerosi graffiti, tra cui nomi e firme d’ogni epoca, stelle a cinque punte, croci di vario tipo, strani simboli e inquietanti disegni (spicca un “bamboccio” con uno sguardo terrificante e vestito in una foggia curiosa). Notevoli i resti di affreschi, seppure in uno stato pietoso: si riconoscono appena una Madonna col bambino (XV-XVI secc. ?) e uno splendido viso del Cristo (XVI sec. ?).

Il culto della Vergine

A Sermoneta sono state dedicate nel tempo molte chiese alla figura della Vergine: Annunziata, Madonna delle Grazie, Santa Maria del Monte, Santa Maria Assunta. E’ risaputo che il culto della Vergine fu elemento distintivo dell’Ordine del Tempio: secondo alcuni studiosi tale devozione rappresenterebbe una specie di allegoria del culto druidico della Dea Madre, preservato e riproposto dai templari in chiave cristiana, tramite un’operazione, non rara, di sincretismo culturale. Sulla scia di questa tesi, dunque, la diffusa venerazione di Maria negli edifici sacri di Sermoneta costituirebbe (quale completamento della simbologia della Triplice Cinta e del Centro Sacro) l’ennesima prova non solo della presenza templare nel paese ma anche, come già accennato all’inizio, del conferimento da parte degli esponenti dell’Ordine di una sacralità tellurica al territorio sermonetano e, più in generale, lepino.

APPUNTI DI VIAGGIO

Da Roma per la Via Pontina (SS 148) o per la Via Appia (SS 7) si giunge fino al bivio per i Giardini di Ninfa. Voltati a sinistra (a destra per chi proviene da Sud) si segue la provinciale per Doganella. Da qui, superato il bivio per l’Abbazia di Valvisciolo, si sale comodamente fino al centro del paese. Un’alternativa e l’autostrada A1 fino al casello di Valmontone. Dal casello si seguono Valmontone: oltrepassare Artena e Lariano fino a Velletri; da qui seguire le indicazioni per Cisterna di Latina e poi ricongiungersi con la Via Appia fino al bivio per Ninfa.

Modalità di visita

La Cattedrale è normalmente aperta la domenica ma non è possibile visitare il cortile interno. La chiesa di San Michele è invece di solito chiusa e versa purtroppo in uno stato di grave deterioramento (può essere visitata contattando la Pro Loco di Sermoneta al numero 0773/30312): comunque, il “reticolo”, trovandosi sulla sua piccola scalinata, è tranquillamente visibile. Discorso simile per il convento di San Francesco, chiuso da molto tempo e attualmente in restauro, ove le croci dei Cavalieri di Malta sono ancora visibili dall’esterno. L’Abbazia di Valvisciolo (0773/30013), invece, è aperta tutti i giorni con orario 9-12 / 15-18 circa. Si raccomandano silenzio e compostezza assoluti nella visita al complesso.

Nei dintorni

Cinta ancora dalle mura quattrocentesche (lungo le quali è stato recentemente allestito un percorso pedonale), caratterizzata da antiche abitazioni in pietra calcarea e ben nota per il Castello dei Caetani, tra i meglio conservati della regione, Sermoneta merita una senza dubbio una visita attenta: passeggiando nel dedalo dei suoi stretti (e a volte strettissimi) vicoli, si possono ammirare elementi architettonici e decorativi di notevole pregio come bifore, stemmi, portali a bugnato, archi a tutto sesto e ad ogiva, loggiati e case-torri, ma anche edifici d’importanza monumentale quali la Loggia dei Mercanti con le sue arcate, il quattrocentesco Palazzo Comunale e la Sinagoga ebraica, accanto ovviamente alle già citate chiese di San Michele e Santa Maria Assunta; dal Belvedere, di fronte alla pittoresca Via delle Scalette, si può godere di un vasto panorama sulla piana sottostante e sul litorale pontino. La visita al castello (a pagamento), con le sue stanze “pinte”, i suoi ponti levatoi e i suoi passaggi segreti, è irrinunciabile ed emozionante. Altrettanto straordinaria è la visita (a pagamento) alla vicina “città morta” medievale di Ninfa, immersa in un giardino all’inglese tra i più belli d’Europa e gestita, come il Castello di Sermoneta, dalla Fondazione Roffredo Caetani. Da ricordare, infine, che nei pressi del paese si trovano Bassiano, anch’essa legata ai templari, e le spettacolari rovine megalitiche di Norba, entrambi siti trattati in questa guida (v.).

Links
angolohermes.interfree.it
www.sermoneta.it
www.esoteria.org
www.ordinedeltempio.it

 
 

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