“Il termine psicocinesi – sempre citando Duval e Saua – significa la possibilità di muovere degli oggetti a distanza con la sola “forza dello spirito”, per usare il linguaggio caro ai nostri nonni. Tale possibilità di spostare oggetti senza avere contatto materiale, cioè muscolare, con essi è indicata dagli sperimentatori con la sigla PK”.
Un aspetto particolare di questa tanto interessante quanto discussa facoltà paranormale, riteniamo sia la variazione, a comando, del peso dei corpi e liquidi, al limite, al suo totale annullamento, alla ‘levitazione’ vera e propria.
Numerose ed estremamente raffinate esperienze su questo genere di fenomeni furono eseguite fin dalla metà del diciottesimo secolo dal famoso fisico e studioso di fenomeni ‘occulti’ William Crookes. Per i suoi esperimenti, egli si ispirò ad alcune osservazioni compiute da Rufus Elmer e pubblicate sullo “Shekinah” di Springfield nel 1852.
Elmer, insieme con altri suoi collaboratori, aveva, infatti, sperimentato a lungo col notissimo medium Daniel Douglas Home rilevando, tra le altre, la capacità di costui di far variare a volontà il peso di alcuni oggetti.
Ecco come Elmer descrisse uno degli esperimenti:
“Alla fine della seduta, sollevando un’estremità della tavola, si constatò che il suo peso aumentava o diminuiva a nostra richiesta. Si dubitò che avvenisse per involontaria azione delle nostre forze e persino che tutto fosse un prodotto della nostra immaginazione. Si decise perciò di ricorrere alla bilancia e si notò che per sollevare l’estremità della tavola si richiedeva una forza di 19 libbre (circa 8,6 Kilogrammi N.d.A). Si pregò quindi l’invisibile potere di esercitare la sua influenza: la bilancia segnò un aumento variabile dalle 6 alle 12 libbre, giungendo ad un massimo di 31 libbre necessario per staccare il piede della tavola dal pavimento (un inizio di ‘levitazione’ N.d.A?). L’Home influiva sul fenomeno a distanza: addirittura da un altro piano della casa!”.
Il Crookes tuttavia volle effettuare delle indagini ben più rigorose su tali esperienze e ricorse pertanto ad esperienze nelle quali si potesse valutare oggettivamente e non solo soggettivamente la reale esistenza ed entità dei fenomeni. Egli continuò le esperienze del chimico Hare.
“ L’Hare – scrive Egidi in Un grande medium: Daniel D. Home (E.S.I.M. Editore, Roma 1950 )
– infatti aveva preso palle di biliardo di rame e le aveva poste sopra una piastra di zinco ed aveva fatto posare la mani del medium sopra di esse, per evitare con l’aderenza delle mani i presunti moti inconsci supposti dal Faraday: la tavola si mosse.
Ancora: fece immerge le mani del medium nell’acqua in maniera che non vi fosse comunicazione alcuna con la piastra sulla quale era posto il vaso che conteneva il liquido: una forza di oltre otto chili risultò gravare sulla lastra. Non ancora convinto provo un altro procedimento: pose l’estremità di una parte lunga di una leva su una bilancia a spirale con l’indicatore mobile e fece porre la mano del medium sulla parte corta in modo che gli fosse impossibile premere verso il basso; in modo anzi che un’eventuale pressione producesse l’effetto contrario, cioè quello di sollevare la parte lunga della leva. Egli dovette invece costatare che il peso sulla bilancia risultava aumentato di parecchie libbre. L’Hare rese conto di queste sue esperienze in una comunicazione alla American Association for the Advancement of Science, nell’agosto del 1855”. |