Faenza, 7 ottobre 1893. In questa bella città situata a pochi chilometri da Ravenna e da Bologna, nasce un ‘eretico’ ricercatore che ha fatto parlare di sé in tutti quegli ambienti che si occupano di sismologia, della genesi dei terremoti e della possibilità di prevedere con consistente anticipo il verificarsi di questi tremendi sussulti della crosta terrestre.
Bendandi – per sua sfortuna o fortuna? – fu un autodidatta che si occupò fin dalla più tenera età di tutto ciò che riguardava l’astronomia e la geologia e si dedicò fin da ragazzo ad approfondite osservazioni dell’attività solare, mediante un telescopio che egli stesso aveva costruito. Era il lontano 1916.
Pochi anni più tardi, nel 1919, ebbe un’intuizione che – se vogliamo – appare quasi contemporanea a quella formulata dal Alfred sulla ‘pangea’ e sulla cosiddetta ‘deriva dei Continenti’. Prima di arrivare alle teorie del Bendandi sarà infatti opportuno soffermarsi un attimo su tali concetti che forse potranno portare un po’ di ‘acqua al mulino’ bendandiano.
Alfred Lothar Wegener nacque a Berlino il 1 novembre 1880 e perì tragicamente in Groenlandia il 31 gennaio del 1930. Studiò meteorologia all’Università di Heidelberg e insegnò a lungo tale materia e anche geofisica. Venne a conoscenza di un’ipotesi avanzata nel 1910 dal Taylor sulla possibilità che i continenti possano ‘andare alla deriva’ – insomma ‘muoversi’ – sulla superficie del nostro pianeta. Nel 1912, approfondì tale ipotesi e pubblicò il libro ‘Le origini dei continenti e degli oceani’ in cui espose dettagliatamente le sue idee sia sul reale spostamento delle placche terrestri sia sulla possibilità che in relazione ad esso si spostino anche i poli magnetici del nostro pianeta.
Osservando su un mappamondo la curiosa corrispondenza, ad esempio, del profilo delle coste sudamericane orientali con quello delle coste dell’Africa Occidentale ebbe la geniale intuizione che in un lontano passato esistesse una sorta di ‘supercontinente’ – appunto la Pangea – circondato da un ‘superoceano’ – Panthalassa. Secondo Wegener, circa 180 milioni di anni fa il ‘supercontinente’ si sarebbe spezzato a causa del processo della cosiddetta ‘tettonica a zolle’ dando origine ad altri ‘supercontinenti’ un po’ più piccoli, quali Laurasia e Gondwana. Altri studiosi di geofisica andarono oltre ipotizzando che la Pangea sia stata preceduta da vari altri ‘supercontinenti’ quali la Pannotia (circa 600 milioni di anni fa), ‘Rodinia’ (750 milioni di anni fa) e Vaalbara (3,6 miliardi di anni fa).
Lasciamo ora Wegener, le sue intuizioni e le sue esplorazioni tra i ghiacci polari e torniamo nella molto più tranquilla Faenza degli anni Venti del secolo scorso.
Qui il nostro Bendandi, dopo una lunga serie di esperimenti con sismografi da lui stesso costruiti in un suo caratteristico laboratorio, forse riallacciandosi alle teorie del Wegener, pose i suoi apparecchi in una profonda grotta dell’Appennino tosco-romagnolo e mise in luce come, effettivamente, la crosta del nostro pianeta ‘pulsi’ e si deformi non a caso ma in base ad una strettissima correlazione con la posizione assunta nel cielo dal Sole e dalla Luna. Elaborò così, nel 1920, la sua ‘Teoria sismogenica’ in base alla quale riuscì a prevedere con consistente anticipo il verificarsi di pericolosi eventi sismici.
Secondo il sismologo faentino – un po’ ‘snobbato’ dalla cosiddetta ‘scienza ufficiale’ proprio per la mancanza di titoli ‘accademici’ – a provocare i terremoti sarebbe quasi sempre l’azione combinata delle forze gravitazionali, congiunte, del Sole della Luna e anche di alcuni altri pianeti del sistema solare, in particolare di Mercurio, di Venere e del gigantesco Giove, un vero e proprio ‘Sole mancato’.
In pratica, nei periodi in cui la Terra si trova sottoposta alle contemporanee attrazioni gravitazionali di questi corpi celesti – e ciò avviene periodicamente – si può verificare il caso in cui i punti più ‘deboli’ della superficie terrestre, quei punti in cui l’attrito tra le varie zolle ha accumulato nel tempo ingenti quantità di energia meccanica, subiscano l’azione combinata delle gigantesche masse planetarie ed ‘esplodano’ sotto forma di energia termica e di disastrose onde sismiche.
I terremoti, insomma, non sarebbero frutto di un ‘capriccio’ momentaneo della crosta terrestre ma avverrebbero in conseguenza di ben definite circostanze esterne. La qual cosa dovrebbe consentirne, entro certi limiti, la previsione…
“La data e il luogo precisi dei terremoti – confidò il Bendandi al giornalista Maurizio Blondet che lo intervistava nel novembre del 1979 – li ho comunicati pubblicamente, in anticipo, fino al 1927. Da quella data ho dovuto smettere perché Mussolini mi fece diffidare dal Prefetto di Bologna: le mie previsioni allarmavano la popolazione, diceva. E non gli si può dar torto…”.
E aggiunse: “… i miei calcoli consentono di stabilire la data di un terremoto, con grande anticipo, ma con un’approssimazione di diversi minuti. E bisogna tenere presente che la Terra gira su sé stessa alla velocità di 30 chilometri al secondo; uno sbaglio di dieci secondi nei miei calcoli significa perciò che il terremoto, previsto in una certa zona, può avere luogo, invece, a 300 chilometri più ad ovest. Rendere pubbliche le mie previsioni significherebbe mettere in allarme popolazioni intere.”
Però, ben lontano dal ‘ventennio fascista’, Bendandi azzardò qualche sua previsione…
“Nei primi giorni di Ottobre ci sarà una forte scossa sismica nella zona balcanica: riguarderà pressappoco la Romania, forse anche la Jugoslavia”
E, puntualmente, il 4 Ottobre 1979 fortissime scosse sismiche furono avvertite a Bucarest e nel sud della Jugoslavia, a Skoplje…
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