Gli antichi Romani dicevano: “Roma Caput Mundi”. Infatti, da sempre, la capitale è stata al centro dell’attenzione di numerosi popoli, in quanto luogo strategicamente centrale, città ricca di storia e di tesori archeologici. Secondo la tradizione, divenne romana in seguito all’arrivo nel Lazio di Enea, troiano in fuga, dopo la distruzione per opera dei Micenei della sua omerica città. Enea portava con sé la spada dei suoi padri, ricca di significato. Qui, nel Lazio, fondò una nuova stirpe dalla quale, sempre secondo la leggenda narrataci da Tito Livio e da altri storici latini come lui, discesero in seguito importanti famiglie repubblicane e imperiali. Prima dell’introduzione del calendario gregoriano, tuttora in uso, i Romani usavano contare gli anni ad Urbe Condita, cioè, “dalla fondazione della città”, che secondo la storiografia latina risalirebbe al 753 a.C. Da allora, si alternarono dapprima il periodo dei sette re di Roma, di cui finora solo l’esistenza degli ultimi tre è stata accertata storicamente; poi, un periodo repubblicano, nel quale governavano dei consoli; e, dopo Caio Giulio Cesare e Ottaviano Augusto, un periodo imperiale, che terminò nel 476 d.C., con la caduta dell’Urbe.
La città è ricca di monumenti che testimoniano questa storia antica. Lungo il Tevere, che da sempre fu fonte di vita per le popolazioni laziali, troviamo l’Anfiteatro Flavio, meglio conosciuto con il nome di Colosseo, perché nel I secolo d.C. nei pressi dello stesso sorgeva una statua colossale di Nerone. Venne inaugurato nell’80 d.C., durante l’impero di Tito.
Nelle vicinanze dello stesso sorge, ancora oggi, l’Arco di Costantino, l’imperatore autore del celebre editto di tolleranza del 313 d.C., in seguito al quale terminarono le persecuzioni di cui furono vittime i cristiani per molti anni, anche se altri imperatori successivamente cercarono di opporsi ugualmente al nuovo culto. La completa cristianizzazione dell’impero si avrà solamente con Teodosio, nel 391 d.C., il quale proibì con la forza i culti pagani. Questi, tuttavia, sopravvivranno clandestinamente ancora per molti anni.
Molto diffusa era la religione del dio Mitra. Probabilmente, proprio per questo motivo i governanti del tempo decisero di riprenderne certi aspetti per adattarli al nuovo credo cristiano, in modo da conciliare tutti i fedeli. A sua volta, il culto di Mitra presenta tratti in comune con altre religioni del mondo antico, come quella del dio egizio Horus. Ancora oggi, sopravvivono dei mitrei, templi sotterranei all’interno dei quali si svolgevano i rituali in onore del dio pagano. Tra i meglio conservati, ricordiamo quello presente sotto la Basilica di San Clemente. Era un’usanza molto diffusa, fin nel medioevo, quella di “coprire” antichi templi o luoghi sacri pagani con chiese cristiane. L’utilità di ciò era sia quella di “depurare” il luogo, sia continuare a usufruire della posizione energetica dello stesso: gli antichi conoscevano bene l’importanza delle ley lines e dei nodi energetici, i quali rivestono come una maglia tutto il globo terrestre. Templi e chiese sono state costruite molto spesso proprio in corrispondenza di questi punti focali, lì dove in particolari periodi dell’anno, come negli equinozi, nei solstizi e in certe festività pagane, le barriere dimensionali si assottigliano, permettendo a chi è più ricettivo di vedere e sentire “oltre”. I mitrei sono anche dei luoghi segreti e iniziatici, per questo furono scavati sottoterra. L’iniziato, nel suo cammino verso la Verità, scende sempre nell’oscurità, come Enea o Dante, prima di risalire alla luce. I mitrei «simboleggiavano l’universo stesso: la volta infatti è cosparsa di fori che rappresentano le stelle e dai quali passava la luce del sole o della luna».
Abbiamo già avuto modo di trovare altri edifici simili, che non fossero dei mitrei. In particolare, l’Abbazia di San Galgano, che essendo priva di una copertura, permette a chi sta all’interno di vedere le stelle, tanto care a Dante. Un esempio ancor più eclatante è rappresentato da certe cattedrali, come quella di Siena o, uscendo dall’Italia, come avviene nella cappella scozzese di Rosslyn, luogo esoterico per eccellenza.
Il dio Mitra è spesso raffigurato nell’atto di uccidere un toro. Ne troviamo una rappresentazione anche nel mitreo di San Clemente. Tale cerimonia simboleggia probabilmente il passaggio dall’era del Toro a quella dell’Ariete, avvenuto all’inizio del secondo millennio avanti Cristo. Tale passaggio avviene all’incirca ogni 2150 anni, perché 12 segni zodiacali, dodici ere, si alternano in un arco di tempo di quasi 26.000 anni per via della Precessione degli equinozi. In tale periodo, l’asse terrestre, che è inclinato, compie un giro completo su se stesso, ritornando nella posizione iniziale. In questi anni sta per compiersi il passaggio dall’era dei Pesci, simboleggiata da Cristo (il cui simbolo primitivo era proprio un pesce), a quella dell’Acquario. Tale cambiamento dovrebbe avvenire attorno al 2012, come già sapevano i Maya.
Anche presso i fedeli di Mitra vi era l’obbligo di non rivelare mai ad altri gli insegnamenti appresi nell’oscuro tempio sotterraneo. I gradi d’iniziazione erano sette, numero simbolicamente rilevante anche in alchimia. Il mitreo era un luogo prettamente maschile, come gli ipogei, nei quali ancora oggi i Massoni svolgono i loro segreti rituali. Tuttavia, sappiamo ancora ben poco del mitraismo e del rito a esso connesso.
A Roma e nei dintorni troviamo naturalmente altri mitrei. Importanti sono anche quelli presenti sotto il Palazzo Barberini, sotto la Chiesa di Santa Prisca e quello che era connesso al Circo Massimo, in Piazza Bocca della Verità 16/A.
Uno dei simboli della città è il Pantheon, costruito da Marco Vipsanio Agrippa nel 27 a.C. e rifatto dall’imperatore Adriano nel II secolo d.C.; chiamato così perché dedicato a “tutti gli dèi”. Il pronao, di sedici colonne monolitiche, introduce l’edificio vero e proprio, di pianta circolare, sormontato da una cupola semisferica dal diametro di 43,30 metri, la più grande che sia mai stata costruita. In sommità vi è un oculus dal quale entra la luce solare. All’interno, troviamo sette nicchie che un tempo dovevano contenere le divinità planetarie. L’edificio stesso è realizzato all’interno di una grande sfera immaginaria, simbolo dell’eternità divina. Lo stesso è orientato precisamente sui punti cardinali (l’ingresso si trova a est), «con uno scarto di 5°, pari all’obliquità dell’orbita lunare», così come avviene per il Palazzo della Ragione a Padova e Castel del Monte ad Andria.
Troviamo dei Pantheon anche in altre parti del mondo. Celebri sono quello della Biblioteca della Columbia University di New York e quello di Parigi, che risale al XVIII secolo e nel quale è presente il famoso pendolo di Foucault (1819-1868). Un pendolo simile si trova anche nel Planetario di Modena. Tra gli edifici ispirati al Pantheon, ricordiamo anche la Chiesa di Staglieno a Genova, la Basilica di San Francesco di Paola a Napoli, la Chiesa di San Carlo al Corso a Milano, il tempio voltiano a Como, quello della Gran Madre di Dio e il mausoleo della Bela Rosin (Rosa Vercellana), sibillina moglie di Vittorio Emanuele II, a Torino. L’architetto veneto Andrea Palladio s’ispirò al Pantheon di Roma per la realizzazione di alcuni suoi edifici, come Villa Barbaro di Maser (Tv) e Villa Capra, detta “La Rotonda”, sita nei pressi di Asolo, sempre in provincia di Treviso.
A Roma, a pochi passi dalla Stazione FS Termini, si trova l’ultimo portale in pietra di quella che un tempo era la villa del marchese Massimiliano Palombara (1614-1680), appassionato di alchimia e membro dei Rosacroce, una società segreta fondata nel XIV-XV secolo dal leggendario Christian Rosenkreuz e basata in seguito sugli scritti dell’alchimista John Dee, mago di corte della regina Elisabetta I d’Inghilterra.
Attualmente, al posto della villa vi è la Piazza Vittorio Emanuele, con i suoi giardini. La porta, che un tempo si trovava in un’altra posizione, venne edificata nella seconda metà del Seicento, assieme ad altre quattro ormai andate perdute. Probabilmente, l’anno di costruzione è il 1680. Sulla superficie della stessa troviamo incisi dei simboli alchemici, in quanto il marchese era un appassionato di ermetismo ed esoterismo. Secondo la tradizione, sulla porta sarebbe rappresentata la formula alchemica della trasmutazione del vile piombo in oro, o forse parte di essa. Tale formula sarebbe stata appresa dal marchese in seguito al rinvenimento di alcune carte appartenute ad altri alchimisti; carte indecifrabili. Fu per questo motivo che il marchese decise di riportare tali segni sul portale della villa: nella speranza che qualcuno potesse decifrarli. I simboli qui presenti sono quello alchemico del sole e dell’oro (sull’architrave), il sigillo di Salomone; i simboli dei pianeti (sugli stipiti), con i loro corrispettivi metalli e una serie di indicazioni in latino: Saturno-piombo, Giove-stagno, Marte-ferro, Venere-rame, Luna-argento, Mercurio-mercurio.
Simbolo dell’Età dell’oro è il dio Saturno, associato all’omonimo pianeta e materiale. Quando troviamo il simbolo alchemico corrispondente a questo corpo celeste, dobbiamo ricollegarlo all’oro, alla purezza e alla Pietra filosofale.
Sul blocco di pietra inferiore della Porta Alchemica troviamo un altro simbolo e la scritta in latino “EST OPUS OCCULTUM VERI SOPHI APERIRE TERRAM, VT GERMNET, SALUTEM PRO POPULO”, ovvero: “l’opera segreta del vero saggio è [quella di] aprire la terra, affinché germini per la salvezza della gente”. Ai lati della porta vi sono due curiose statue, probabilmente raffiguranti il dio egizio Bes, che però un tempo si trovavano nei giardini del Quirinale, dove in tempi antichi sorgeva un tempio dedicato alla dea Iside. Vennero affiancate alla porta nel XIX secolo.
Personaggio chiave della storia di questa porta alchemica è l’esoterista Francesco Giuseppe Borri, nato a Milano il 4 maggio 1627 e morto tra le mura di Castel Sant’Angelo il 16 agosto 1695. Personaggio sotto molti aspetti simile a Cagliostro, conobbe Cristina di Svezia e il marchese di Palombara, che lo ospitò nel suo palazzo. Fu qui che Borri ottenne importanti risultati nell’arte alchemica, grazie a un’erba chiamata “moli”, che avrebbe permesso la trasmutazione del semplice metallo in oro puro551. Risultati che non rivelò mai apertamente, a quanto pare. Risultati che, codificati e sintetizzati simbolicamente, ritroviamo impressi nella pietra della Porta Alchemica per opera del marchese Palombara. Risultati parziali, visto che l’esito della vita dell’alchimista Borri fu la morte. Niente Pietra filosofale; niente elisir della lunga vita, anche se alcuni studiosi ipotizzano che Francesco Giuseppe Borri abbia inscenato la sua morte, per poi cambiare nome e divenire il Conte di Saint-Germain che, in effetti, secondo i dati in nostro possesso, nacque ad Asti attorno al 1698, tre anni dopo la presunta morte dello stesso Borri. Fin da subito, Saint-Germain si presentò alle corti ottocentesche d’Europa come un uomo colto, favolosamente ricco e bello. La contessa De Gengy nel 1760 ricordava di averlo incontrato 50 anni prima a Venezia, dov’era conosciuto come il Marchese Balletti. In seguito venne visto in Oriente, a Londra e in Austria, con il nome di Principe Rococzi. Nel 1755 viene riconosciuto in India e, due anni dopo, a Versailles. In seguito, conobbe Maria Antonietta, alla quale predisse il giorno esatto in cui sarebbe morta. Venne visto in Russia e nel 1769 nuovamente a Venezia. Poi, in Germania e in Francia, dopo la Rivoluzione francese. «Nel 1867 si ritiene che abbia presenziato alla riunione della Grande Loggia [massonica] a Milano». Voltaire, riferendosi a Saint-Germain, scrisse: “È un uomo che non muore mai e che sa tutto”. Chissà quanto c’è di vero in queste storie. Saint-Germain e Francesco Borri erano realmente la stessa persona? Il segreto della vita eterna si trova davvero a Roma? Chissà qual è il reale significato della simbologia riportata sulla Porta magica dei giardini Vittorio Emanuele II.
Altri luoghi iniziatici di Roma sono il Palazzo Falconieri, in Via Giulia, dove troviamo ancora simboli alchemici tra cui quello del sole e l’ouroboro, il serpente che si morde la coda, a emblema della ciclicità del tempo; il Palazzo Corsini di Via della Lungara, frequentato nel Seicento dalla regina Cristina di Svezia, che soggiornò a Roma dopo essersi convertita al cattolicesimo pur rimanendo un’appassionata di alchimia. Probabilmente, ebbe contatti con il marchese Palombara. All’interno del suo palazzo, la regina aveva fatto allestire uno studiolo alchemico. Un altro luogo alchemico è Castel Sant’Angelo, dove visse gli ultimi anni della sua vita Francesco Giuseppe Borri, così come altri alchimisti e maghi, imprigionati dalla Chiesa.
Un luogo di ritrovo per gli alchimisti del passato era la “caldara” di Manziana (Rm), il cratere di un vulcano inattivo ormai da tempo, attorno al quale è cresciuto un bosco di 530 ettari. L’attività vulcanica del Sabatino, attivo 500.000 anni fa, ha portato alla formazione di polle d’acqua calda con emissione di gas sulfurei, e alla solfara dove si raccoglieva lo zolfo. La zona è paludosa: quando piove l’acqua ribolle a causa dei gas sotterranei, favorendo la formazione di piccoli geyser. È proprio per questa ragione che il luogo appare suggestivo. Da sempre è stato considerato magico e maledetto. Lo zolfo infatti era associato al diavolo, ma era anche ricercato dagli alchimisti, che per i loro esperimenti venivano qui a raccoglierlo.
Segnaliamo anche la Basilica di Santa Maria in Trastevere, dov’è presente il simbolo del labirinto; la Basilica di San Paolo Fuori le Mura, dove invece troviamo una triplice cinta; la Villa Giulia a Roma e la Villa d’Este a Tivoli, luoghi iniziatici, ricchi di simbologia ermetica; e gli studioli alchemici del Museo di Storia della Medicina e del Museo Storico Nazionale dell’Arte Sanitaria di Roma, di cui abbiamo già trattato in precedenza. |