Il primo impatto
Un’esperienza iniziatica
Allorché mi recai per la prima volta in Egitto, per primissima cosa volli andare subito a Giza per entrare quanto prima possibile nella Grande Piramide. Verso l’ora di pranzo, per non trovare affollamento, finalmente entrai nel luogo che più di ogni altro al mondo desideravo visitare. Salendo nel cuore della Piramide, prima lungo la bassa e ripida salita, e quindi su per la Grande Galleria, che conoscevo praticamente a memoria (solo in teoria, non essendoci ancora mai stata fisicamente), la prima sensazione che ebbi fu: questi passaggi non sono stati concepiti per camminarci l’uomo! Sembrano piuttosto i resti di un macchinario. Ed infatti credo che le spiegazioni delle pagine precedenti abbiano reso l’idea che probabilmente lo sono davvero. Secondo me ne fanno parte anche gli stretti corridoi, quello orizzontale verso la Camera della Regina, il pozzo discendente verso la Grotta sotterranea, e quello ascendente verso la Grande Galleria. Mi sembrò di essere all’interno di un grande macchinario, mancante del meccanismo dinamico, che doveva avere avuto il suo clou nella Grande Galleria, visto che le sue dimensioni – specialmente l’altezza – sono palesemente concepite per contenere, e far passare, qualche cosa di molto alto. Infatti, non si spiega diversamente un’altezza del genere, essendo evidente che sarebbe stato molto meno complicato realizzare un passaggio simile agli altri.
Intanto, grazie al fatto che non c’era quasi nessuno - forse per l’ora - cominciai ad annotare qualche appunto, ma appena la grande Camera del Re fu assolutamente vuota, entrai – scavalcando - nel cofano di granito, e mi ci distesi, sfidando la telecamera a circuito interno in alto a sinistra. Era stato più forte di me, tuttavia non mi fidai a rimanerci: rivedevo la guardia col fucile all’ingresso della Piramide, e pur desiderando da molto tempo rimanere in quella posizione ad occhi chiusi alla ricerca di sensazioni… queste non arrivarono, perché era impossibile rilassarsi, col pensiero della Polizia. Uscii immediatamente con il proposito di ritentare l’indomani, dopo averlo chiesto alla porta. Invece, appena fuori dal “sarcofago”, fui presa da un’insopportabile insoddisfazione, e così – senza aspettare il giorno dopo - mi cimentai in una frenetica discesa fino all’ingresso della piramide, ed in un’eroica rapida risalita, dopo aver ottenuto il “permesso speciale” per una cifra ragionevole. In Egitto è possibile farsi dire di sì quasi per ogni cosa, basta dare il baksheesh, la mancia… che in questo paese è una vera istituzione. L’esperienza valse tutto il baksheesh (potei stare distesa all’interno dell’arca granitica 5 minuti, durante i quali un vigilante fece in modo che non entrasse nella stanza nessuno), perché da quella stessa notte iniziarono i sogni che ho descritto nel capitolo precedente.
Dentro quel blocco di granito rosso scavato, che non è mai stato un sarcofago, mi sentii come in trance. Io non conosco gli effetti degli allucinogeni, ma credo di aver provato qualcosa di simile: attraverso le palpebre chiuse, e nel più totale silenzio, intravidi dei raggi luminosi e percepii dei canti e della musica. Ne sono assolutamente sicura.
Intanto, mentre i turisti ricominciarono ad entrare – scaduto il tempo concessomi – , ripresi la mia visita e le mie investigazioni… con la testa affollata di pensieri che, per il momento, non avrei potuto rivelare a nessuno.
Mi ero portata alcuni disegni fatti in precedenza, ed alcuni schemi scaricati da internet dal sito del dr. Zahi Hawass- e stampati: avevo trovato foto e diagrammi molto interessanti; inoltre, dal sito di Rudolf Gatembrick, avevo tratto molte informazioni e foto riguardanti il Progetto Upuaut, con le ultime deludenti scoperte del minirobot Upuaut 3. Questo materiale cartaceo pesava poco, e così me lo ero portato in Egitto, per raffrontarlo durante la visita alla Piramide. A dire la verità, quello riguardante la Camera della Regina non poté trovare riscontro dal vero, perché l’accesso alla stessa era interdetto. Intuii subito il motivo: lì dentro si stava ancora cercando, e forse la diretta televisiva durante la quale era stata aperta la famosa breccia nel condotto meridionale della Camera della Regina, non fu proprio una diretta. E, benché nulla fosse emerso di nuovo se non un’altra porta chiusa, probabilmente dietro quel secondo sbarramento si trova qualcosa di molto importante (magari un’intercapedine ed un muro di granito!). E di sicuro nessuno deve ficcare il naso in questa stanza, prima dell’imminente scoperta. Ammesso che la scoperta non sia stata già fatta.
Ma torniamo alla Camera del Re: la bussola impazzisce davvero come avevo sentito dire (me l’ero portata!), e bisogna spostarsi molte volte e riprovare, prima di rendersene conto. La stanza è magnetica. Anche l’acustica è molto strana: un colpetto dato con l’anello sul bordo del “sarcofago”, emette un suono vibrante come quello di un diapason, aumentandone anche il volume, ed il più piccolo bisbiglio, in questa stanza, si sente fino all’inizio della Grande Galleria (sotto il vertice della Piramide). Nonostante fossi sola nella stanza granitica, e benché ci fosse poca aria, anziché avvertire un senso di claustrofobia, mi sentivo pervasa da una grande pace e rilassamento, quasi che quelle mura chiuse da tutte le parti (meno i due “famosi” condotti d’aerazione e l’accesso) avessero un potere di quel tipo sulla mente umana. O almeno questo è stato l’effetto su di me. Anche le pareti emettevano energia e vibrazioni: ero arrivata al punto del non ritorno. Mi sentivo come una persona che ha perduto la memoria, a causa di uno shock: e adesso che ero consapevole di averla perduta, dovevo tentare di ritrovarla.
Da quel momento in poi, il mio chiodo fisso - ancor più di prima - era scoprire quale segreto nascondesse la Grande Piramide, e il fatto di sapere di non essere la prima persona ad aver avuto questo obiettivo, non mi aiutava di certo psicologicamente. Rimasi a lungo nella Camera del Re, stupita ed incredula davanti alla perfezione e levigatezza delle pareti di granito, formate da massi a dir poco ciclopici (sarebbe più opportuno dire “titanici”) tagliati ed accostati alla perfezione. Lucidi, come se fosse stato usato il laser per tagliarli. In questo grande ambiente si trovano i più pesanti massi di tutta la piramide. Il loro peso arriva alle 50 tonnellate l’uno. Il soffitto, anch’esso granitico, è anche il pavimento della prima delle cinque camere che vi si trovano sopra, in asse perfetta, formando una torre che immediatamente riporta alla mente uno dei geroglifici dal significato più discusso: il pilastro Djed.
Il Pilastro Djed
L’interpretazione di questo segno è varia e vaga: dalla colonna vertebrale di Osiride (!), ad un tronco d’albero con i rami troncati (che – secondo una leggenda - inglobò il cadavere di Osiride), e naturalmente la sua forma omofona di stabilità. Un amuleto a forma di Djed in oro veniva posto al collo del Faraone defunto, come indicato nel Libro dei Morti. Nelle raffigurazioni, lo Djed spesso si animava e possedeva braccia levate verso l’alto, o incrociate sul petto con il flagello ed il bastone pastorale (simboli regali dell’antica conoscenza dell’agricoltura e della pastorizia, che garantivano all’Egitto grande tranquillità e stabilità, diversamente dai popoli nomadi del deserto). Talvolta la testa di questa figurina era ricavata dall’ovale della croce ansata e le braccia erano nella parte inferiore della stessa: solo il corpo, in questo caso, era formato dal famoso pilastro.
Quasi sempre, osservando gli ideogrammi, l’immagine dello Djed si trova immediatamente vicino ad un altro: un’inequivocabile piramide, che sembra contenerne un’altra molto più piccola, o indicarne una porta d’accesso a forma di V rovesciata; invece “ufficialmente” questo ideogramma rappresenta una pagnotta di forma rituale (!) ed era usato come forma arcaica dell’imperativo del verbo dare. Quindi: dài stabilità! (E vita, se poi c’è un “Ankh”).
Infatti, con una certa ricorrenza, c’è un terzo simbolo, proprio prima o dopo gli altri due: la famosa croce ansata, ovvero il segno Ankh, il simbolo della vita. Questo onnipresente simbolo, che si presenta come una T sormontata da un ovale, ha una sorte simile allo Djed, nel senso che il suo vero significato è ancora – a dir poco – incerto. Soffio vitale, chiave della vita (?!), legaccio, sandalo, nodo magico…nelle raffigurazioni è spesso tenuto in mano dagli Dei o dal Faraone, che lo impugnano nel cavo dell’ovale; talvolta, addirittura, viene imbracciato all’altezza del gomito, con il braccio piegato, proprio come si fa con una borsetta da donna. Tenendolo per il manico, ed avvicinando l’ovale al naso della persona raffigurata, un dio, il Faraone, o il Sommo Sacerdote, potevano infondere la vita a questa.
Spesso, invece, questo oggetto veniva associato allo scettro Uas, per infondere simbolico potere al Re, oppure anche al pilastro Djed, per aumentare la stabilità, la vita e la forza!
Insomma, è chiaro che la piramide, lo Djed e l’Anhk, sono in correlazione. E ad essi era in qualche modo legato il senso di immortalità, come risulta anche dal rito di erezione dello Djed, celebrato durante l’intronizzazione del Faraone. Esisteva anche un rito per il suo “raddrizzamento”. A qualche distratto, vista la tecnica con la quale gli Egizi erano maestri nell’erigere gli obelischi, potrebbe sembrare che i due riti dovessero avere lo stesso significato: rafforzare la potenza e la stabilità del re, rinvigorire il suo fisico, garantirgli la stessa immortalità di Osiride. Apparentemente, il ragionamento fila alla perfezione. Ma proviamo a ragionare mediante simbolismo: nel primo rito, viene ricordato il momento dell’inizio della FEDE e della CONOSCENZA, ricordando il momento in cui la Torre fu costruita. Dio si era manifestato attraverso le Opere del Creato, e gli dèi sono stati il tramite con gli uomini. Quando la TORRE si inclinò e fu raddrizzata, fu come ripristinare la FEDE che stava vacillando, e quindi il secondo rito aveva un significato di fede e di conoscenza rinnovate. Proprio come nell’iconografia religiosa cristiana, dove la figura angelica che rappresenta l’allegoria della FEDE, è raffigurata nell’atto di reggere la Croce – spesso inclinata - che altrimenti potrebbe vacillare.
Cosa non è la Grande Piramide “cosiddetta” di Cheope
- La Grande Piramide non è mai stata una tomba.
- Non fu Cheope a costruirla.
- Il “sarcofago” nella “Camera del Re” non è mai stato una bara.
- Tutte le teorie ipotizzate dall’egittologia ufficiale, sulle tecniche di costruzione, sono errate.
- Non fu costruita durante la IV dinastia.
A questo punto, una volta chiaro in mente che cosa non era, dovevo “semplicemente”scoprire che cosa era. |