Tra il 1782 e il 1570 a.C. l’Egitto era sotto il dominio degli Hyksos, invasori chiamati Heqa Kasut (“capi dei paesi stranieri”). Gli Hyksos avevano come loro dio guerriero Sutheku, una delle espressioni del Baal cananeo e del Teshup urrita e mittano, dio della Bufera e della Guerra. Egittizzandosi in Seth, a sfregio verso gli Egizi, gli Hyksos lo elessero patrono della loro capitale Avaris.
In questo periodo si stabilirono i primi contatti con le culture dell’Egeo, soprattutto con i Cretesi e i Micenei legati già da stretti legami sia economici che culturali. A dimostrazione di quanto detto, basti pensare che nella capitale Avaris sono stati rinvenuti molti reperti - sia ceramiche che affreschi murali - collegabili alla civiltà cretese-micenea, e vari oggetti raffiguranti il gatto.
Ad Akrotiri Thera (Santorini) è stato scoperto un bellissimo dipinto raffigurante un gatto dedito alla caccia di anatre, nel quale l’ambientazione ricorda molto un paesaggio nilotico.
Molte sono le immagini di gatto ritrovate, ma l’oggetto più importante - rinvenuto a Micene e appartenente al periodo tardo - è un pugnale di bronzo con niellatura d’argento, che raf figura dei gatti mentre cacciano in un acquitrino… e che riportano alla mente i dipinti egizi.
Brocche e coppe decorate con alberi, elementi marini e gatti sono state ritrovate a Creta, mentre a Palaikastro è stata trovata una testa di gatto in terracotta. Uno dei simboli della scrittura minoico cretese, conosciuta come “lineare A”, è proprio il gatto.
Sempre a Micene è stato rinvenuto un ornamento in oro con due gatti in posa araldica. Se il lineare A rappresenta la figura del gatto, ciò non accade nel lineare B; vi troviamo però la divinità a lui collegata, la dea Artemide.
A Creta, durante la civiltà minoica, esisteva una società estremamente pacifica dove tutto trovava ispirazione da una fede ardente nella Grande Dea della Natura, o Madre Universale. Sembra che tale civiltà abbia adorato questa dea dandole il nome di Rhea, simbolo della fecondità, fonte di tutte le creazioni e di ogni armonia. I Greci conservarono i nomi di due dèe cretesi, Dictynna e Britomaris, assimilate entrambe all’Artemide insulare.
In quest’isola bellissima il gatto, essendo il simbolo della dea, era molto amato e venerato dalle sue sacerdotesse. Molte sono le statuine (1600 a.C.) che raffigurano queste sacerdotesse, spesso rappresentate a seno nudo mentre stringono tra le mani un serpente o con le braccia alzate (come nelle statue e nelle immagini della dea Iside) in segno di benedizione. Di solito recano sul capo un gatto seduto a testimoniare la spiritualità, la misericordia, la saggezza e la giustizia.
Nell’atrio del palazzo di Micene esiste un documento in cui si legge: “Per le due dee-regine, nelle feste dello spiegamento del velo [tonolketerìos] due misure di olio alla salvia”.
Due divinità dunque, proteggono il Figlio Divino come Iside e Nefthis, in analogia alla doppia dèa di Eleusi, il cui santuario risale all’epoca micenea: una dèa, vergine-madre al contempo, che alleva il figlio avuto dal dio supremo…
I Greci, nell’VIII secolo a.C., iniziarono a fondare varie colonie nell’Italia meridionale: in Sicilia (Magna Grecia), in Spagna, in Francia, nel Mar Nero, nei Balcani - e come logica conseguenza, anche i gatti diventarono una sorta di “colonizzatori”.
Sono stati trovati due conii meravigliosi raffiguranti gatti, su monete antiche provenienti dalle città di Reggio e Taranto, allora tra i centri più importanti dell’Italia Meridionale, fondate rispettivamente da Iokotos e Phalantos.
Prima di partire dalla Grecia, Phalanthos, che aveva organizzato una specie di rivolta, andò dal famoso oracolo di Delfo per sapere se doveva lasciare la sua patria e andare a colonizzare altre terre. In quel luogo santo la Pizia, assisa su un tripode, emise - tra singulti e sussulti - delle frasi dettate dal divino Apollo, che i sacerdoti interpretarono emettendo il responso in senso positivo. Tale era il volere del dio, che quando Phalantos cadde in mare davanti alle coste pugliesi, un delfino - animale sacro ad Apollo - lo prese sul suo dorso e lo portò fino alla terraferma.
Nella moneta proveniente da Rhegion (Reggio Calabria), si vede chiaramente Iokatos giocherellare con un gatto, mentre l’altra moneta – quella proveniente da Taranto - raffigura Khalantos seduto su uno scranno con accanto un gatto. Le due monete sono la prova della prima comparsa dei gatti in territorio italiano e dimostrano anche che i coloni greci avevano recato con sé dei felini addomesticati.
Nel II secolo a.C. i gatti iniziarono a “navigare” e furono portati via mare perfino in India e in Cina, dove avvenivano importanti scambi commerciali. Punti nevralgici di questi viaggi furono i porti egiziani situati nel Mar Rosso, a Myos Hormos e a Berenice, che dai Tolomei passarono poi ai Romani. E non è un caso se successivamente, per screditare le credenze più antiche, ritroviamo il gatto associato al demonio e alla “strega”.
Iniziò così la diffusione del nostro amico felino che accompagnava i mercanti cretesi durante i lunghi viaggi di navigazione nel Mediterraneo. In cambio di prelibati bocconi di pesce, il gatto li aiutava a difendere le navi dal flagello di topi e ratti, come aveva già fatto in precedenza con quelle degli Egiziani… |