Troviamo il resoconto di un Diluvio universale che dovette interessare l’intero pianeta in ogni cultura del mondo antico. Il Noè babilonese, ad esempio, era Utnapishtim. Il dio Ea lo avvertì di costruire un’imbarcazione per mettere in salvo la sua famiglia e le specie animali, proprio come nel resoconto biblico (da notare la somiglianza tra i termini “Ea”, dio dei Sumeri, ed “El”, gli “dèi” degli Ebrei, che crearono l’umanità). Alla fine del diluvio, per capire se le acque si stavano ritirando, Utnapishtim fece volare una colomba, una rondine e, infine, un corvo, il quale trovò dove posarsi. Ciò ricalca in maniera quasi identica il racconto narrato nella Genesi biblica.
Il Noè ittita era Atramhasis, quello sumerico si chiamava Re Ziusudra, il cui nome ricorda molto quello del Noè descritto dal caldeo Beroso nella sua Babyloniaca, in tre volumi, sulle credenze diffuse a Babilonia, Xisutro. Anch’egli fa volare degli uccelli per accertarsi che il diluvio fosse terminato.
Il Noè greco si chiamava Deucalione, secondo altre versioni Ogige. Ogni popolo ha conosciuto un proprio leggendario diluvio, perfino i Maya.
Le antiche popolazioni della Mesoamerica ci hanno lasciato anch’esse un resoconto del Diluvio universale all’interno del libro sacro dei Maya-Quichè, il Popol-Vuh. La fine della terza era maya porta all’estinzione degli “uomini di legno”. I sopravvissuti dovettero ritornare a uno stadio primitivo, in quanto vengono denominati “uomini scimmia”, abitanti del mondo della quarta era, anch’essi sterminati da un diluvio. Sopravvissero solo tre uomini a bordo di una piroga. L’era attuale sarebbe quella denominata “del quinto Sole”.
Gli Aztechi ci parlano delle “età dei cinque soli”, ognuna di esse terminata in seguito a un grande cataclisma, a volte per cause naturali, altre volte per volere degli dèi. Queste ere sono anche raffigurate sul grande calendario di pietra chiamato Pietra del Sol, rinvenuto nel 1790 nella piazza principale di Città del Messico (antica Tenochtitlan). L’anello più interno riporta 20 segni, i quali rappresentano gli altrettanti giorni del mese azteco; i quattro pannelli rettangolari attorno al viso centrale ineriscono le quattro ere precedenti quella attuale, e le calamità che posero fine ad ognuna di esse: acqua, vento, terremoti e il Giaguaro. La prima era terminò con un grande diluvio. Gli unici a sopravvivere furono Nene e sua moglie Tata, i quali riuscirono a costruire in tempo un’imbarcazione, proprio come nel racconto della Genesi biblica. Questo diluvio viene collocato alla fine del Primo Sole, ovvero, attorno all’11.600 a.C., confermando le nostre teorie.
Anche i boliviani e i Sioux dell’America settentrionale ci raccontano di un grande cataclisma che sommerse le terre abitate dagli uomini. E ancora, Nu-u sarebbe il Noè hawaiano e Nu Wah, quello cinese.
Nella Sierra Parima esisterebbe addirittura una città morta chiamata Ma-Noa, ovvero, “l’acqua di Noè”.
Gli Indios Mura dell’Amazzonia raccontano anch’essi di un diluvio avvenuto in tempi remoti, così come i Guaranì del Paraguay e del Brasile. Nella foresta vergine vivono i Paria, Indios dalla pelle bianca e dagli occhi blu! Essi affermano di essere giunti in quelle terre via mare, in seguito a un grande diluvio che coinvolse la loro terra madre, una grande isola. Giunti tra l’Apuré e l’Orinoco fondarono un villaggio e lo chiamarono Atlan. L’isola dalla quale provenivano i Paria era forse Atlantide?
Invece, il Noè degli Egizi era il mitico re Surid, vissuto prima del Diluvio universale. Di lui ci parla il copto Masudi. Surid salvò il sapere del suo popolo riportandolo sulle lastre di pietra che coprivano le piramidi d’Egitto. Tali lastre vennero poi asportate nel medioevo e usate per la costruzione di edifici al Cairo, in particolare per la moschea di Ibu Tulum, la quale quindi potrebbe contenere preziosissime informazioni archeologiche.
Potremmo continuare ancora a lungo, dato che anche gli Eschimesi, gli Induisti, gli Indonesiani, e i Giapponesi ci hanno lasciato un loro resoconto del Diluvio universale. Quindi, in teoria, non ci troveremmo di fronte a un evento circoscritto, ma esteso a tutto i popoli del mondo antico. A questo punto, dovremmo porci la domanda: quale fu la causa di questo grande cataclisma?
Leonard Woolley (1880-1960), scavò in Mesopotamia e trovò un prezioso tesoro a Ur, ma non solo. Trovò anche le tracce di un grande diluvio che dovette sconvolgere la Mezzaluna fertile molti millenni or sono. Negli anni venti e trenta del XX secolo, si trovava a scavare nella città sumera di Ur, in Caldea, quando a una decina di metri di profondità si trovò di fronte a uno strato di fango spesso 4 metri. Un altro archeologo avrebbe potuto pensare di essere giunto alla fine del pozzo, ma Woolley capì che qualcosa non quadrava. Decise di proseguire e dopo questi 4 metri di fango ritrovò degli strati in cui v’era ancora presenza dell’attività umana, più precisamente risalente al III periodo Ubaid, 4500/4000 a.C. L’archeologo si trovò tra le mani statuette di dee dalle sembianze rettiloidi. Ritorna ancora una volta l’arcaica figura del serpente primordiale che dona la vita. Infatti, la Dea dei serpenti sumera tiene tra le braccia un bambino, e non solo: lo sta allattando. È un’immagine toccante, ma nello stesso tempo raggelante: il bambino, così come la madre, ha lunghi occhi obliqui e una testa macrocefala di rettile. Si tratta forse degli dèi extraterrestri che vissero sulla Terra prima del diluvio?
Un simile ritrovamento poteva significare solo una cosa: quei 4 metri erano il risultato di una grande alluvione, probabilmente un diluvio simile a quello descritto nella Bibbia. Il Tigri e l’Eufrate, i due grandi fiumi mesopotamici, provocano frequenti alluvioni, ma mai così grandi. Intorno alla fine del III periodo Ubaid dovette avvenire un grande cataclisma che probabilmente non interessò solo quelle regioni, ma tutto il mondo conosciuto.
Sembrerebbe proprio che il nostro pianeta sia soggetto ciclicamente a grandi catastrofi climatiche, all’incirca ogni 5/6000 anni.
I popoli dell’antichità dovevano saperlo. Specialmente i Maya, che ci lasciarono un calendario enigmatico e inquietante. Infatti, questo inizierebbe esattamente l’11 agosto del 3114 e terminerebbe il 24 dicembre del 2012, mostrandoci la durata esatta di uno di questi cicli vitali del nostro pianeta, secondo gli studi e il sapere di questo popolo, ovvero: 5127 anni e 4 mesi circa. Usando questo parametro, potremmo collocare l’altro periodo di congiuntura intorno all’8241 a.C. A conferma di ciò, gli stessi Maya facevano risalire la loro origine all’anno 8238 a.C. Ma c’è di più: il loro calendario iniziava nel 11.542 a.C., data che si avvicina molto a quella proposta da alcuni studiosi per indicare il periodo in cui vennero costruite le piramidi egizie e la Sfinge, il 10.500 a.C.
Anche il geologo austriaco Otto H. Much giunse più o meno alle stesse nostre conclusioni, ma per altre vie, e ciò è sicuramente interessante. Egli affermò di aver stabilito abbastanza precisamente, in seguito a complicati calcoli astronomici, il giorno e l’ora della tragedia che sconvolse il mondo antico: il 4 giugno dell’8496 a.C., alle ore 20 in punto, ora dell’America orientale. Questa data coincise con l’allineamento astronomico del Sole, di Venere, della Luna e della Terra.
Nella tradizione di ogni popolo è presente la testimonianza di un grande cataclisma che sconvolse la Terra in tempi antichissimi, causa dell’estinzione di molte specie viventi, di antiche e avanzate civiltà. |